Data di pubblicazione: 23/04/2024
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Antigone. Dossier sui suicidi in carcere nel 2023 e nei primi mesi del 2024

Continua l’emergenza suicidi in carcere. Il 2024 rischia di superare il tragico record del 2022 - Vedi in rapportoantigone.it

Dopo il 2022, l’anno da record con 85 suicidi accertati, il 2023 e il 2024 continuano a registrare numeri impressionanti. Nel 2023 sono state almeno 70 le persone che si sono tolte la vita all’interno di un Istituto di pena. Nei primi mesi del 2024, almeno 30. “Almeno” perché numerosi sono i decessi con cause ancora da accertare, tra i quali potrebbero quindi celarsi altri casi di suicido.

Seppur in calo rispetto all’anno precedente, i 70 suicidi del 2023 rappresentano un numero elevato rispetto al passato. Il più elevato dopo quello del 2022. Guardando agli ultimi trent’anni, solo una volta si è andati vicini a questa cifra con 69 suicidi nel 2001.

Ancora più allarmante è il dato relativo al 2024. Tra inizio gennaio e metà aprile sono stati 30 i suicidi accertati. Uno ogni 3 giorni e mezzo. Nel 2022 – l’anno record – a metà aprile se ne contavano 20. Se il ritmo dovesse continuare in questo modo, a fine anno rischieremmo di arrivare a livelli ancor più drammatici rispetto a quelli dell’ultimo biennio.

 
 

Oltre al numero in termini assoluti, un importante indicatore dell’ampiezza del fenomeno è il cosiddetto tasso di suicidi, ossia la relazione tra il numero dei decessi e la media delle persone detenute nel corso dell’anno. Nel 2023 con 70 suicidi tale tasso è pari a 12 casi ogni 10.000 persone, registrando – dopo il 2022 – il valore più alto dell’ultimo ventennio. Benché si debba attendere la ?ne dell’anno per scoprire il tasso del 2024, considerato il numero di suicidi già avvenuti, il valore sembrerebbe destinato a crescere rispetto a quello del 2023.

Disaggregando per genere il tasso di suicidi del 2023, vediamo come il tasso relativo alle donne (con 4 suicidi per una popolazione detenuta media di 2.493 persone) sia sensibilmente superiore a quello relativo agli uomini. Il primo si attesta a 16 casi ogni 10.000 persone, il secondo a 11,8. Disaggregando invece il tasso per nazionalità, vediamo come l’incidenza dei suicidi sia maggiore tra le persone di origine straniera (28 suicidi per una popolazione detenuta media di 18.185), con un tasso pari a 15 casi ogni 10.000 persone, rispetto a un tasso pari 10,5 tra gli italiani.

 
 

Il tasso di suicidi dentro e fuori il carcere

A riprova della natura strutturale del fenomeno è il confronto con quanto accade fuori dagli Istituti di pena. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’OMS2), il tasso di suicidio in Italia nel 2019 era pari a 0,67 casi ogni 10.000 persone. Nello stesso anno, il tasso di suicidi in carcere era pari a 8,7 ogni 10.000 persone detenute.

 

In carcere ci si leva la vita ben 18 volte in più rispetto alla società esterna.

Mettendo in relazione l’ultimo dato disponibile relativo alla popolazione detenuta (tasso di suicidi pari a 12 nel 2023) con quello della popolazione libera (tasso di suicidi pari a 0,67 nel 2019)3) vediamo l’enorme differenza tra i due fenomeni: in carcere ci si leva la vita ben 18 volte in più rispetto alla società esterna.

A livello europeo, l’Italia è in generale considerato un paese con un tasso di suicidi basso.. Secondo l’ultimo report dell’OMS (Suicide Worldwide in 2019), il tasso di suicidi in Italia nel 2019 – 0,67 casi per ogni 10.000 persone – era ben inferiore ad altre realtà europee come la Francia (1,38); la Germania (1,23); la Polonia (1,13); la Romania (0,97); la Spagna (0,77); e gli UK (0,79). Secondo gli ultimi dati del Consiglio d’Europa4), l’Italia si colloca invece ben al di sopra la media europea per quanto riguarda i suicidi in carcere. I dati si riferiscono al 2021, quando in Italia il tasso di suicidi in carcere era pari a 10,6 casi ogni 10.000 persone detenute, mentre la media europea si attestava a 9,4.

 
 

100 SUICIDI IN CARCERE TRA IL 2023 E IL 2024

Sommando i suicidi avvenuti nel 2023 con quelli avvenuti nei primi mesi del 2024 si arriva a contare cento casi in totale. Tramite fonti di stampa è possibile riportare alcuni dati per capire chi erano queste persone, dove e quando si sono tolte la vita. Ovviamente ogni caso di suicidio ha una storia a sé, fatta di personali sofferenze e fragilità, ma quando i numeri iniziano a diventare così alti non si può non guardarli con un’ottica di insieme.

LE PERSONE

Dalle biografie di queste persone emergono in molti casi situazioni di grande marginalità. Molte le persone giovani e giovanissime, molte le persone di origine straniera. Molte anche le situazioni di presunte o accertate patologie psichiatriche. Alcune provenivano da passati di tossicodipendenza, altre erano persone senza fissa dimora.

 
Genere

Delle 100 persone che si sono tolte la vita in carcere, 5 erano donne. Un numero particolarmente alto se consideriamo che la percentuale della popolazione detenuta femminile rappresenta solo il 4,3% del totale. Nell’estate del 2023 tre donne si sono tolte la vita all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale di Torino. A dicembre la quarta donna nella Casa Circondariale di Trento. A marzo 2024 la quinta donna, la prima dell’anno, all’interno della Casa Circondariale di Bologna.

 
Età

L’età media delle persone che si sono tolte la vita è di 40 anni. La fascia più rappresentata è quella tra i 30 e i 39 anni, con 33 casi di suicidi. Segue quella tra i 40 e i 49 anni, con 27 casi. Vi è poi la fascia dei più giovani, con 17 suicidi commessi da ragazzi con età comprese tra i 20 e i 29 anni, e la fascia di persone tra i 50 e i 59 anni, anch’essa con 17 suicidi. Chiudono i 5 casi di persone tra i 60 e i 69 anni.
Il più giovane in assoluto era un ragazzo detenuto nella Casa Circondariale di Teramo solo da pochi giorni. Si è tolto la vita il 13 marzo 2024, nel giorno del suo ventunesimo compleanno. Il più anziano era un uomo di 66 anni detenuto, da meno di un mese, nella Casa Circondariale di Imperia.

 
 

Nazionalità

Le persone di origine straniera erano 42. Tenendo conto che la percentuale di stranieri in carcere è ad oggi leggermente inferiore a un terzo della popolazione detenuta totale (31,3%), ciò implica che il tasso di suicidi è signi?cativamente maggiore nelle persone detenute di origine straniera rispetto agli italiani.

Per quanto riguarda le aree geografiche, 19 persone provenivano dal Nord Africa (10 Marocco, 5 Tunisia, 3 Egitto, 1 Libia); 13 dall’Europa orientale (4 Ucraina, 2 Albania, 2 Romania, 1 Bosnia, 1 Macedonia, 1 Moldavia, 1 Russia, 1 Slovacchia); 3 dall’Asia centrale e meridionale (1 Afghanistan, 1 Bangladesh, 1 India); e 3 dal Sud America (1 Brasile, 1 Ecuador, 1 Peru).

 
 

Disagio psichico, dipendenze e situazioni di marginalità

Oltre ai dati anagrafici, da alcuni articoli che raccontano i tragici epiloghi di queste persone è possibile raccogliere informazioni relative a trascorsi di vita e a patologie sofferte. Si tratta di un terreno delicato, in cui, in assenza di maggiori strumenti di verifica, l’utilizzo del condizionale è d’obbligo. Dai dati a disposizione, sembrerebbe, dunque, che almeno 22 delle 100 persone decedute soffrissero di patologie psichiatriche. Almeno 12 pare avessero già provato a togliersi la vita in altre occasioni. Emergono almeno 7 persone con un passato di tossicodipendenza. Erano invece almeno 6 le persone senza fissa dimora.

I LUOGHI

Gli Istituti dove sono avvenuti il maggior numero di suicidi tra il 2023 e il 2024 sono le Case Circondariali di Roma Regina Coeli, di Terni, di Torino e di Verona. In ognuno dei quattro Istituti si sono verificati 5 casi di suicidio. Sia a Terni che a Torino i casi sono stati quattro nel 2023 e uno nel 2024, mentre a Verona sono stati tre nel 2023 e due nel 2024. A Regina Coeli sono avvenuti tutti nel 2023, rappresentando così l’Istituto con il maggior numero di suicidi nel corso dell’anno passato.

Seguono, con 4 casi di suicidi, le due grandi Case Circondariali cittadine di Milano San Vittore e Napoli Poggioreale. A San Vittore i suicidi sono avvenuti tutti nel 2023, mentre a Poggioreale uno nel 2023 e gli altri tre, nel giro di una settimana, a gennaio 2024. Vi sono poi sette Istituti dove i casi di suicidio sono stati 3: Cagliari, Milano Opera, Parma, Pescara, Santa Maria Capua Vetere, Taranto e Venezia.

In tutti gli Istituti citati si registra una situazione più o meno grave di sovraffollamento. In dieci Istituti su tredici il livello di sovraffollamento supera la media nazionale, pari – a fine marzo 2024 – al 119,3%. Tra questi svettano Regina Coeli, Verona e Taranto, rispettivamente con un tasso di affollamento pari al 182%, al 173% e al 162%. Ma il sovraffollamento non è solo mancanza di spazi, ma anche di risorse. In alcuni Istituti si registra una significativa carenza di personale, come ad esempio a Verona dove vi è un Funzionario giuridico pedagogico ogni 193 persone detenute, a Taranto dove il rapporto è di uno a 116 e a Parma dove è di uno a 101. Vi sono poi Istituti dove i servizi di salute mentale sono praticamente inesistenti, come ad esempio a Santa Maria Capua Vetere dove per ogni 100 persone detenute le ore settimanali di servizio psichiatrico sono 0,63 e di servizio psicologico 4,34, o dove sono poco presenti, come a Taranto dove le ore settimanali di servizio psichiatrico sono 4,57 e di servizio psicologico 4,7.

Sempre da fonti di stampa, in alcuni casi è possibile anche risalire alle sezioni dove si trovavano le persone al momento del suicidio. In almeno 11 casi, le persone si trovavano in una cella d’isolamento per ragioni disciplinari o sanitarie. In almeno 3 casi le persone si trovavano in un reparto psichiatrico e in altri 3 nell’area sanitaria. Una persona si trovava in una sezione ex art. 32 dell’O.P., ossia dove vengono generalmente detenute le persone più difficili da gestire. Una persona si è tolta la vita all’interno di un ospedale, dove era ricoverata per un precedente tentativo di suicidio.

Complessivamente, la regione che ha registrato il maggior numero di suicidi in carcere tra il 2023 e il 2024 è la Lombardia (12 casi), seguita dal Veneto (11 casi) e dalla Campania (10 casi). La Lombardia e la Campania sono le due regioni italiane che ospitano il maggior numero di persone detenute, rispettivamente il 14,4% e il 12,3% della popolazione detenuta totale. La maggior incidenza di suicidi sembrerebbe quindi riflettere la presenza più elevata di persone detenute. Stessa cosa non può esser detta invece per il Veneto, ospitando solo il 4,3% della popolazione detenuta in Italia.

 
 

IL MOMENTO

Non è facile reperire notizie relative alla posizione giuridica o al residuo pena di tutte le persone. Sempre da fonti di stampa, emerge come molte siano le persone toltesi la vita in carcere ancora in attesa di giudizio. Tra queste, sono almeno 28 le storie di suicidi avvenuti dopo brevi se non brevissimi periodi di detenzione. Alcune persone si trovavano in carcere da qualche mese, altre da qualche settimana. Almeno 9 erano entrate solo da una manciata di giorni. Oltre a chi era da poco in carcere, diversi sono stati i suicidi di persone che si trovavano invece in procinto di lasciarlo. Se ne contano almeno 14 con una pena residua breve o prossime a richiedere una misura alternativa. Ad alcune di loro mancavano solo pochi mesi per rientrare in società.

Per quanto riguarda i periodi dell’anno in cui sono avvenuti il maggior numero di suicidi, nel 2023 il picco è stato registrato nel mese di maggio con 9 suicidi (uno ogni 3,4 giorni). Il 2024 è iniziato con numeri drammatici, registrando 12 suicidi solo nel mese di gennaio (uno ogni 2,6 giorni).

 
 

LE MODALITA’

Infine, un breve accenno alle modalità con le quali sono avvenuti i suicidi accertati tra il 2023 e il 2024. La maggior parte (88) sono avvenuti tramite impiccamento. Da qui “Nodo alla gola”, il nome del rapporto. Seguono i casi di asfissia da gas (5) e le morti avvenute come esito di scioperi della fame (3). Vi è poi un singolo caso di abbruciamento, uno di asfissia da incendio e uno di soffocamento.

 
 

LE STORIE

L. D. Z. e V. B. entrambi detenuti ad Augusta, entrambi morti per sciopero della fame
Due vicende hanno destato particolare clamore per il silenzio in cui si sono consumate. Si tratta di due uomini, entrambi detenuti nella Casa Circondariale di Augusta, entrambi deceduti a seguito di un lungo sciopero della fame. Il primo era un uomo di 45 anni originario di Gela. Sosteneva di essere detenuto per errore e protestava contro la propria condanna, che sarebbe terminata nel 2029. È deceduto in ospedale la notte tra il 24 e il 25 aprile 2023, dopo 41 giorni di sciopero della fame. Il secondo era un cittadino russo, che dal 2018 chiedeva di essere estradato nel paese d’origine e di scontare lì la propria pena. Anche lui è deceduto in ospedale, il 9 maggio, dopo 61 giorni senza cibo.

G. O., S. J. e A. C. tre donne detenute a Torino, suicide nell’estate del 2023
La prima era una donna di 52 anni di origine romena. Il 28 giugno 2023 si è tolta la vita nella sezione femminile della Casa Circondariale di Torino. Aveva una condanna definitiva che aveva quasi finito di scontare. Sarebbe dovuta uscire nel giro di due mesi. Sempre a Torino, il 9 agosto si è spenta S. J., una donna nigeriana di 42 anni. Era in cella dal 21 luglio dopo un lungo periodo agli arresti domiciliari. Non riconoscendo la condanna ricevuta, dal suo ingresso in carcere aveva smesso di bere e mangiare, rifiutando ogni tipo di cura. L’unica richiesta era quella di vedere i figli e il marito. Dopo 18 giorni di detenzione, si è lasciata morire di fame e di sete. Dopo poche ore, muore nella stessa sezione A. C., una ragazza di 28 anni originaria della Liguria. Era in carcere da circa tre mesi per una condanna arrivata ad aprile per un cumulo di reati, principalmente furti di piccola entità. Molti risalivano al 2013 e al 2014 ed erano legati ai suoi problemi di tossicodipendenza.

B. D. si toglie la vita alla notizia di una nuova detenzione per fatti risalenti a 5 anni prima
B. D. era in carcere a Venezia da cinque anni per scontare una pena per fatti di droga. Da un anno aveva ottenuto la semilibertà per andare a lavorare nel cantiere di una remiera. Iniziava così ad immaginare un futuro diverso. Un giorno in celle gli viene notificata una nuova ordinanza di custodia cautelare per altri fatti risalenti al 2018. L’idea di un altro periodo di detenzione gli ha fatto crollare il mondo addosso. Ha chiamato la moglie per dirle addio e lei, per tre volte, ha chiamato il carcere chiedendo di andare a verificare le sue condizioni, ricevendo sempre. Salvo poi essere richiamata dall’ufficio matricola ed essere informata della morte del marito.

F. M. vittima del pestaggio di Santa Maria Capua Vetere
M. F. era un ragazzo marocchino, tra le vittime della rappresaglia a freddo operata da alcuni reparti della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile del 2020. Era parte civile nel procedimento penale avviato per accertare le responsabilità sugli episodi denunciati. Trasferito prima nel carcere di Ariano Irpino e poi in quello di Pescara, F. M. era riuscito a reintegrarsi, venendo selezionato per seguire un corso di formazione da operatore socio-sanitario e continuando gli studi per conseguire il diploma. Eppure, proprio in questo carcere, il 27 maggio 2023 F. M. si è dato fuoco, per poi morire due mesi dopo all’ospedale di Bari.

R. B. un giovane ragazzo senza fissa dimora morto suicida nel carcere di Regina Coeli
R.B. era un giovane ragazzo romano, di appena 21 anni. Pare che non riuscisse a trovare lavoro e che quindi vivesse per strada. A luglio 2023 viene arrestato per furto e condotto nel carcere di Regina Coeli. Aveva bolle, macchie e arrossamenti su tutto il corpo. “Scabbia”, era stata la diagnosi del centro sanitario. Il 21enne era finito in isolamento. Dopo neanche due mesi di detenzione, si è tolto la vita all’interno della sua cella.

F. L. morto nell’ospedale dove era ricoverato per un tentato suicidio. Era a pochi mesi dal fine pena
Un 50enne, recluso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, si è tolto la vita nel reparto Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’ospedale di Sessa Aurunca, dove si trovava da qualche giorno a seguito di un precedente tentativo di suicidio. Dietro questa morte sembrerebbe esserci una storia di profonda solitudine. Sposato e padre di tre figli, l’uomo non faceva colloqui. Sarebbe stato scarcerato nel luglio 2024.

M. F., G. P. e O. S. tre suicidi in meno di un mese nel carcere di Verona
Tre giovani uomini si sono tolti la vita nel carcere di Verona il 10 novembre, il 20 novembre e l’8 dicembre 2023. Il primo, M. F., era un trentenne di nazionalità afghana, ma con cittadinanza austriaca ottenuta in quanto rifugiato politico. Era ospitato nell’area riservata ai pazienti psichiatrici. Il secondo, G. P., 34 anni, era nato in India e poi adottato da una coppia veronese. Era dentro da tre settimane esatte. Il terzo, O. S., anche lui trentenne, di nazionalità marocchina, si è suicidato il giorno dell’immacolata, mentre si trovava in una cella di isolamento. «Lamentava un grave disagio psicologico, fortemente aumentato da alcune settimane» sostengono i compagni di detenzione. Gli mancavano appena tre mesi da scontare prima di tornare in libertà.

M. C., il primo suicidio in carcere del 2024
M. C., un giovane ragazzo di 25 anni, si è tolto la vita nel carcere di Ancona Montacuto appena cinque giorni dopo l’inizio del nuovo anno. Da quando aveva quindici anni faceva i conti con un disturbo bipolare e poi con la tossicodipendenza. M. C. era tornato da poco in carcere a causa della revoca di una misura alternativa che aveva ottenuto grazie al lavoro. Aveva fatto ritardo rispetto all’orario previsto per il suo rientro e il giudice aveva deciso di rimandarlo in carcere. Da settimane M. C. diceva di stare male. Venerdì 5 gennaio lo aveva ripetuto per l’ultima volta alla madre e agli agenti della penitenziaria durante un colloquio: “Se mi riportano laggiù in isolamento m’ammazzo”. Poche ore dopo è morto nella sua cella nel seminterrato dell’istituto. Gli mancavano otto mesi per uscire.

A. N., M. G. e L. G. tre giovani uomini morti in una settimana a Napoli Poggioreale
E’ stata una settimana nera quella che ha visto morire tre persone nel giro di pochi giorni all’interno del carcere napoletano di Poggioreale. Erano tre uomini, tutti e tre trentenni. Il primo, A.N., era a rischio suicidario da un anno, pare fosse seguito e monitorato. All’epoca della commissione del reato era già in cura presso il centro di igiene mentale. Si è tolta la vita il 15 gennaio 2024. A poche ore di distanza M. G., originario del Marocco, è stato trovato privo di vita all’interno della sua cella. L’uomo, detenuto senza fissa dimora, si sarebbe impiccato alle prime luci dell’alba. Pochi giorni dopo, il 22 gennaio, si è tolto la vita L. G. Sarebbe tornato in libertà tra circa un mese.

P. G. il più giovane a perdere la vita, nel giorno del suo ventunesimo compleanno
P.G. il 13 marzo 2024 si è tolto la vita nel carcere di Teramo. Era il giorno del suo ventunesimo compleanno. Poco dopo, sua madre, anche lei detenuta nello stesso carcere, alla notizia della morte del figlio, ha avuto un malore. P. G. era un ragazzo di etnia rom, fragile e con alcune diagnosi complesse. Era sordo sin dalla tenera età, ragion per la quale gli era stata riconosciuta un’invalidità civile.

J. T. morto in carcere dopo la revoca di un affidamento terapeutico
J. T., un giovane trapper di 26 anni, tornato da una decina di giorni nel carcere di Pavia, dopo che il magistrato di sorveglianza aveva sospeso la misura temporanea dell’affidamento terapeutico. Il ragazzo aveva trascorso tre mesi in una comunità, permanenza interrotta perché pare fosse stato trovato in possesso di un cellulare e di un pacchetto di sigarette, in violazione del regolamento interno.

A. F. N. S. morto a Torino, doveva essere trasferito in una Rems
31 anni affetto da gravi problemi psichiatrici, A.F.N.S nel 2014 aveva già tentato di togliersi la vita. Poi, nel 2018, nel corso di un procedimento penale, una perizia l’aveva dichiarato incapace di intendere e di volere. Un ricovero dopo l’altro in ospedale e in strutture specializzate. Una serie di Tso. Da agosto 2023 si trovava nel carcere di Torino. Da novembre, come disposto dalla procura, avrebbe dovuto essere trasferito in una Rems. Attesa durata sette mesi, prima di togliersi la vita lo scorso 24 marzo.

M. P. detenuto solo un giorno nel carcere di Uta
M. P. era un giovane trentaduenne, detenuto soltanto da un giorno nel carcere cagliaritano di Uta. Era stato arrestato per un furto da un veicolo in sosta. Ha trascorso una notte in cella, la seconda si è tolto la vita.

 

LE PROPOSTE

Ogni suicidio è frutto di personali sofferenze e personali considerazioni. A volte possono esserci però elementi esterni che contribuiscono ad acuire situazioni di pregressa difficoltà, soprattutto in un ambiente complesso come quello carcerario.

Migliorare la vita all’interno degli istituti

Oltre a favorire percorsi alternativi alla detenzione intramuraria, soprattutto per chi ha problematiche psichiatriche e di dipendenza, è necessario migliorare la vita all’interno degli istituti, per ridurre il più possibile il senso di isolamento e di marginalizzazione. Vanno in questo senso previsti interventi che abbiano in generale un impatto positivo su tutta la popolazione detenuta e che possano quindi avere un effetto ancora più forte su persone che affrontano situazioni di particolare sofferenza. C’è bisogno di garantire una disponibilità maggiore di attività, che siano lavorative, formative, culturali.

Maggiore apertura nei rapporti con l’esterno

Per evitare solitudine, depressione, abbandono alcune azioni sono possibili, in primis quelle volte a una maggiore apertura nei rapporti con l’esterno. Non basta aumentare da 4 a 6 le telefonate mensili (di 10 minuti ognuna). Le telefonate andrebbero liberalizzate. Poter parlare con una persona cara può far tanto, per chi si trova in una situazione di profondo dolore potrebbe anche salvare la vita. Andrebbe poi dato seguito alla sentenza della Corte Costituzionale in merito al diritto all’affettività, prevedendo nelle carceri anche luoghi dove siano possibili colloqui intimi.

L’inizio e la fine di un percorso detentivo rappresentano fasi particolarmente delicate

Come raccontato in questo dossier, sono numerosi i casi di suicidi tra le persone appena entrate in carcere e tra coloro che sono invece prossime a lasciarlo. L’inizio e la fine di un percorso detentivo rappresentano fasi particolarmente delicate, dove maggiore dovrebbe essere la cura e l’attenzione da parte dell’istituzione. L’introduzione alla vita dell’istituto dovrebbe avvenire in maniera graduale, affinché la persona abbia la possibilità di ambientarsi alla nuova condizione e il personale il tempo necessario ad identificare eventuali problematiche e fattori di rischio. Ogni istituto dovrebbe avere reparti ad hoc per i cosiddetti nuovi giunti, un servizio di accoglienza strutturato in cui le persone vengono informate sui diritti e sulle regole all’interno del penitenziario, la fruizione di colloqui con psicologi e/o psichiatri e maggiori contatti con l’esterno. Le sezioni destinate all’accoglienza dei nuovi giunti dovrebbero essere ospitate in spazi consoni, mentre spesso costituiscono gli ambienti detentivi più fatiscenti e abbandonati. Sarebbe rilevante investire risorse per modernizzare e umanizzare questa fase della detenzione. Allo stesso modo, dovrebbero essere investite risorse per la fase di preparazione al rilascio. ll momento del fine pena rappresenta per molte persone una fase di grande smarrimento, soprattutto per chi non ha una rete di riferimento all’esterno. La persona deve essere accompagnata al rientro in società e dotata dei principali strumenti necessari. Gli istituti devono così dotarsi di un vero e proprio servizio di preparazione al rilascio, in collegamento con gli enti e i servizi territoriali esterni.

Momenti della vita penitenziaria in cui le persone detenute si trovano separate dal resto della popolazione detenuta

Oltre alle fasi iniziali e conclusive della detenzione, particolare attenzione andrebbe dedicata a tutti quei momenti della vita penitenziaria in cui le persone detenute si trovano separate dal resto della popolazione detenuta perché in isolamento o sottoposti a un regime più rigido e con meno contatti con altre persone. In questi casi è sempre necessario garantire contatti umani significativi con il personale al fine di ridurre il rischio suicidario.

Ben venga lo stanziamento di nuovi fondi per adeguare gli stipendi degli esperti psicologici impiegati nelle attività di osservazione e trattamento. Se non inseriti però in una programmazione riformatrice più ampia, difficilmente tali interventi avranno effetti sull’emergenza in corso invertendo la tragica sequenza suicidaria.

 

Questo dossier è stato realizzato tramite fonti di stampa, segnalazioni arrivate alla nostra associazione e i dati pubblicati dalla redazione di Ristretti Orizzonti, che per questo ringraziamo.

 
References
1 Il dossier “Morire di carcere” curato dalla redazione di Ristretti Orizzonti ha censito 69 suicidi accertati nel corso del 2023. Durante una visita condotta dall’Osservatorio di Antigone nella Casa Circondariale di Roma Regina Coeli, la Direzione ha riferito che i suicidi avvenuti all’interno dell’Istituto nel 2023 sono stati 5 e non 4 come risulta dal dossier. Probabilmente si trattava di un decesso le cui cause necessitavano ulteriori accertamenti, al termine dei quali è stato classificato come suicidio. Non disponiamo però di ulteriori dettagli in merito alla persona deceduta che quindi inseriamo nel conto dei suicidi totali, ma non nell’analisi sulle caratteristiche anagrafiche (età, nazionalità) nè nelle ulteriori elaborazioni che necessitano dettagli sul decesso (permanenza in Istituto, sezione detentiva, periodo dell’anno).
2 World Health Organization, Suicide Worldwide in 2019, Global Health Estimate for the year 2019.
3 Nonostante i dati risalgano al 2019, il fenomeno suicidario in Italia non risulta aver subito grandi variazioni nel corso degli ultimi anni (tasso di suicidi in Italia 2019: 0,67; 2018: 0,63).
4 Council of Europe Annual Penal Statistics, SPACE I – 2022

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