Il volontariato tra diritti umani e prassi politica Roberto Mancini, Docente di ermeneutica filosofica, Università di Urbino, In APPUNTI sulle politiche sociali n. 6/2005. Vedi anche, APPUNTI sulle politiche sociali. Puoi leggere alcuni articoli della rivista Una situazione inaccettabile In questa breve riflessione vorrei fornire alcuni elementi per delineare un profilo possibile dell’identità e del ruolo del volontariato in un contesto storico come quello attuale. La premessa del mio discorso risiede nella convinzione secondo cui è necessaria una svolta nella maniera di concepire e di vivere ciò che chiamiamo “volontariato”. Tale necessità è determinata, a mio avviso, dal perdurare e persino dall’aggravarsi di processi di emarginazione, di ingiustizia, di dominio, di schiavizzazione, di abbandono a carico di ampi strati della popolazione del mondo, il che accade, in vario modo, anche nel nostro paese. In una società iniqua e tendenzialmente disperata come quella odierna si tratta di uscire da una paralisi nel cammino dell’umanizzazione di tutti e, nel contempo, di uscire dall’ambiguità anche personale delle nostre vite. Pure dal punto di vista dell’esistenza personale, infatti, non si può immaginare di costruire la propria felicità privata mentre quelli di quanti ci circondano sono “destini a scomparsa”, umiliati e travolti dall’indifferenza per il valore di chi per noi è “altro”. La situazione attuale, in Italia in particolare, è segnata da una grave crisi della democrazia, evidente soprattutto nella facilità con cui la gigantesca mistificazione delle “riforme” del governo di centro-destra, con la benedizione di una parte consistente della gerarchia della Chiesa italiana, sta avendo successo senza incontrare la resistenza che meriterebbe. Il quadro di tali “riforme” - dalla giustizia ai media, dalla scuola all’università, dalla “devolution” alla mutazione genetica della nostra Costituzione - è desolante ed esprime un progetto complessivo di disattivazione della democrazia civile, bilanciata, controllata, partecipata e nonviolenta che la stessa Costituzione del 1948 prefigurava. Tanto più grave è questa degenerazione quanto si inserisce nel contesto mondiale di un’umanità impigliata nella morsa della globalizzazione capitalista, che promette unità e produce lacerazione sociale, interetnica, ecologica, aggravando la divisione tra i pochi “salvati” e i moltissimi “sommersi”, per riprendere le categorie indicate da Primo Levi. Dal volontariato alle comunità restitutive E’ vero che nella realtà sociale e pubblica del mondo, in questi decenni, sono fioriti segni di speranze e forme di coscientizzazione che sono già all’altezza di quello che Ernesto Balducci chiamava “l’uomo inedito”. Non mancano tendenze ed esperienze che sanno gettare nel terreno della società contemporanea i semi della giustizia, della pace tramite la nonviolenza, della riconciliazione, della guarigione dell’economia. Un po’ in tutti i continenti sono vive soggettività critiche e pronte a realizzare una convivenza solidale, capace di restituire significato autentico anche alla parola libertà, oggi mortificata e distorta per legittimare un sistema che in nome della libertà dei capitali aggredisce la vita delle persone, dei popoli, della natura. Quindi la mia analisi non vuole affatto proporre profezie di sventura. Ma, a fronte di questa fioritura, resta e si acuisce una situazione inaccettabile, che pregiudica e chiude il destino di miliardi di esseri umani. Se adesso si riporta questa percezione generale della condizione che stiamo vivendo al nostro paese, si può comprendere l’esigenza della svolta che ho evocato all’inizio del mio discorso. Si tratta precisamente di andare oltre il volontariato. Questo termine - e di fatto spesso anche la pratica corrispondente - sa indicare soltanto una funzione generica e occasionale, incentrata sulla “volontà” ma reticente sui soggetti e sulla qualità del loro agire a favore degli altri. A me sembra che quella del “volontariato” sia senz’altro una scelta personale, ma non una scelta privata, consumata individualisticamente, non impegnativa rispetto allo stile di vita complessivo di quanti vi si accostano e la fanno propria. La scelta di ciò che definiamo “volontariato” prende corpo, acquista consistenza e raggiunge la sua fecondità se proviene da autentiche comunità. Comunità impegnate non già in un agire qualsiasi, ad esempio non nella beneficenza o nell’assistenzialismo, tanto meno nel supportare politiche sbagliate e antisociali. Le comunità che rendono preziosa l’azione volontaria sono quelle pronte a esercitare la prassi di restituzione. Con tale categoria alludo alla piena re-integrazione delle persone, ma anche dei popoli, nel pieno godimento dei loro diritti umani e, nel contempo, nella condizione di assumere sino in fondo i loro doveri umani di corresponsabilità nella cura del bene comune. Tutte le volte in cui si opera secondo questa prospettiva si avviano o si rafforzano dinamiche di ri-creazione delle condizioni fondamentali dell’umanizzazione delle persone e della società. Ciò che la tradizione del diritto romano ha chiamato restitutio in integrum entra allora nell’agenda degli impegni e delle priorità che qualificano il modo d’essere e il modo di operare dei “volontari”. Agire la democrazia equa e nonviolenta La logica della restituzione comporta una liberazione del “volontariato” da una condizione di minorità rispetto al mondo delle istituzioni e della politica ufficiale. Chi sceglie l’azione volontaria con e per gli altri nello spirito della restituzione, facendosi così umile operatore di giustizia, non si presenta più come cliente, né solo come interlocutore, ma come co-soggetti a pieno titolo della vita politica. Informazione, intervento diretto, denuncia, cooperazione, conflitto nonviolento, coscientizzazione, progettazione, educazione: tutto ciò che è necessario per giungere a una prassi e a un sistema politico veramente costituzionali sarà messo in campo da quanti hanno scelto l’azione “volontaria” con rigore e con il desiderio di portare frutto. I tre riferimenti essenziali, dal punto di vista culturale e motivazionale, per un’azione di questo genere sono: il codice della dignità, la responsabilità per il bene comune, il principio di nonviolenza. Il codice della dignità porta al centro della società il valore irriducibile dell’essere umano singolo, ma anche quello della comunità umana nessuno escluso. Il vincolo della responsabilità nei confronti del bene comune toglie la politica dall’ambiguo criterio del “male minore” e la impegna a uscire anche dalla logica dell’assistenzialismo, per generare invece corresponsabilità democratica, dialogica e interculturale. Il principio di nonviolenza, a sua volta, non è una teoria astratta e fanatica, ma un impulso creativo ed euristico, che permette di trovare vie alternative a quelle del ricorso a mezzi distruttivi. L’orizzonte normativo, etico, laico e antropologico comune, che raccoglie in sé questi tre riferimenti, è la Costituzione. Ma una Costituzione che non sia solo un testo, perché inoltre prende vita come prassi diffusa nel tessuto della società. In una situazione come la nostra devono essere attivati percorsi di continua ricostituzionalizzazione della vita pubblica, che hanno luogo soltanto nell’interazione tra singoli cittadini, istituzioni, partiti, sindacati, movimenti, associazioni, gruppi, comunità. Sono questi i percorsi capaci di generare corresponsabilità civile, percorsi nei quali possiamo arrivare ad agire la democrazia. In una simile prospettiva, i “volontari” sono quanti si rendono disponibili a questo agire specifico, portando la politica oltre la falsa alternativa – in verità legata a secoli passati – tra rivoluzione violenta e riforme. La prassi di restituzione è l’unica a poter avviare, e in modo nonviolento, l’unico cambiamento reale verso il risanamento della vita pubblica. Può contribuire al raggiungimento di questa meta chi accetta volentieri di porre, prima della rivendicazione dei propri diritti, i suoi doveri personali nei confronti di chi è altro. I diritti umani vivono se e quando c’è qualcuno che li assume anzitutto come un proprio dovere. Oggi agire la democrazia significa lavorare quotidianamente per riorientare gli stili di vita e lo stesso rapporto tra società, politica e sistema economico. La direzione di questo cambiamento dovrà guardare alla relativizzazione e alla pluralizzazione della realtà del mercato, recuperando il ruolo dei territori e delle comunità locali, sia pure in un’ottica di interdipendenza mondiale e non di miope localismo. Certo, per un cambiamento così ampio e profondo occorrono molte energie. La forza reale delle persone impegnate nell’azione sociale volontaria sta in quella dinamica di incarnazione che ha luogo nell’instaurazione di legami di condivisione della vita dei respinti, dei marginali, degli esuberi, dei discriminati. Da qui si sprigiona la massima e più feconda energia per l’equità e la pace. Occorre di conseguenza sviluppare un’azione mirata e coordinata che assume come aree di impegno prioritario: il vedere e il far vedere le situazioni, i meccanismi, le logiche inaccettabili; il correlare l’azione di cura, di prossimità, di aiuto con quella necessaria ad attuare una logica efficace di prevenzione e di soluzione nella tutela dei diritti umani; la promozione di una programmazione civile e territoriale partecipata; la nascita e il rafforzamento di forme di economia sociale che salvaguardino le condizioni per la tutela politica, giuridica e sociale dei diritti. Conclusione In questi anni abbiamo sostenuto che un altro mondo è possibile. Ora non possiamo più eludere la responsabilità e il potere di creatività dischiusi dalla coscienza del fatto che ciascuno di noi, così come ognuna delle associazioni e dei gruppi del volontariato, costituisce il punto d’accesso, la soglia vivente di quel mondo liberato che resta nel cuore della speranza umana. --------------- Dell'autore vedi anche, Politica, etica e azione del volontariato
Una riflessione su ruolo e identità del volontariato che chiede una svolta nella maniera di viverlo e concepirlo. Un necessità determinata dall’aggravarsi di processi di emarginazione, di ingiustizia, di dominio, di schiavizzazione, di abbandono a carico di ampi strati della popolazione del mondo