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Integrazione scolastica: Le famiglie di fronte all’ipocrisia della scuola

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Il 19 gennaio è toccato anche al Tribunale di Cagliari. Piovono sul Ministero dell’Istruzione sempre più spesso sentenze e ordinanze di tribunali a causa dell’integrazione scolastica dei disabili. Pardonne: a causa della finta integrazione scolastica. Come si sa, il tema è vecchio, ma ahimè attualissimo: a metà degli anni 70, in pieno periodo di contestazione e di battaglie per i diritti civili, la scuola era investita da una grande voglia di rinnovamento. Fu in questo clima che una illuminata legge, la 517, diede finalmente attuazione all’art. 3 della costituzione, secondo il quale anche ai disabili, perché cittadini, hanno il diritto di avvalersi delle scuole pubbliche, con personale qualificato, per provvedere alla propria istruzione. Erano tempi in cui alla scuola era riconosciuto anche un valore di promozione sociale, forse perché non si era ancora persa del tutto la memoria di quando in Italia eravamo un paese semi analfabeta, o forse perché era ancora vivo il messaggio di ‘maestri’ quali don Milani. Su questa strada la scuola mosse i passi e, in mezzo a molti problemi, vi furono lodevoli esperienze; tra gli insegnanti, molti si convinsero che l’integrazione ha un grande valore sul piano educativo sia per gli alunni disabili che per i normali. All’inizio degli anni ’90 arrivò, la 104: insuperata legge che fece si che quello che era il mondo della sofferenza e dell’assistenza, venisse trasformato in mondo del diritto al sapere, al comunicare, alla salute, al vivere: la scuola, il lavoro, la salute, il tempo libero, ... la società, diventarono così, campi in cui anche i disabili potevano godere delle stesse opportunità degli altri. Per anni la scuola è stata tra le istituzioni sociali quella che ha fatto meglio l’integrazione dei disabili. Primato culturale riconosciuto in tutto il mondo alla scuola italiana. Ci si attendeva un’espansione della cultura dell’integrazione e delle pari opportunità. Si chiedeva che la scuola mantenesse, senza cali di tensione (né tanto meno di risorse), il primato e alle altre strutture che la emulassero, preservando quello che la scuola aveva fatto. Invece….
Allo scoccare dei dieci anni dall’applicazione della legge, è iniziata la triste sequela delle sentenze (le prime sono del 2003). Già altre volte abbiamo stigmatizzato il comportamento delle autorità scolastiche che, nei fatti, contraddicono, quello che le leggi e la costituzione garantiscono, come ampiamente documentano le sopraccitate sentenze. Ora c’è di più. Pare che alcuni dirigenti scolastici (fonte FISH), per non chiedere più ore di sostegno all'Ufficio scolastico regionale o, a seguito di un suo rifiuto, risolvono il problema togliendo agli altri alunni alcune ore assegnandole all'alunno vincitore del ricorso (i vincitori, tuttavia, sono un’esigua minoranza di fronte ai tanti cui vengono lesi i diritti). Questo è ancor più illegittimo che non garantire adeguato orario a un alunno disabile, perché ‘spalma’ il danno su più soggetti. Ma è anche un comportamento subdolo e pericoloso su cui le famiglie dei disabili dovrebbero ben vigilare (esse in forza proprio della l.104 hanno tutto il diritto di entrare nelle faccende della scuola, di scrivere il PEI e di controllare che venga attuato). Perché? Perché trasforma il sacrosanto diritto di cittadinanza in una sorta di privilegio che può essere amministrato da un burocrate della scuola e,per giunta, mettendo in concorrenza i soggetti tra loro. Perché trasforma in un discrezionale patrimonio della scuola quello che è invece il necessario supporto al soggetto disabile per la sua integrazione. Ma un sentore su questo cambio culturale in corso nella scuola l’avevamo già avuto quando, presentata la riforma Moratti, abbiamo potuto costatare che, aldilà degli enunciati astratti riferimenti al valore della persona, nulla si diceva sull'obbligo di una formazione sull'integrazione rivolta a tutti gli studenti delle facoltà universitarie per l'insegnamento e nulla sull'obbligatorietà di una formazione dei docenti in servizio. Questo era già un messaggio chiaro. I successivi tagli al sostegno e la squalifica continua e metodica della funzione del sostegno nella scuola, hanno fatto il resto (si pensi che in una provincia marchigiana solo qualche giorno fa sono stati convocati per la nomina annuale i docenti di sostegno, dopo lo squallido balletto dei supplenti che si sono succeduti da settembre in qua). Di fronte a questi scenari, alle famiglie spetta il diritto-dovere della vigilanza (come sempre!) sul rispetto delle leggi e sulla qualità del servizio che la scuola pubblica rende (pagata coi nostri soldi!). Ma soprattutto occorre non cadere nella trappola ipocrita di chi sostiene di garantire e invece mostra di trascurare i diritti all'educazione ed all'istruzione proprio degli alunni più deboli.

Rosanna Vittori (ANGSA Marche)