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La funzione educativa: vogliamo parlarne o lasciamo davvero tutto al caso?

a cura degli educatori della Comunità Alloggio GIONA*, Pesaro

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La comunità alloggio GIONA (1) esiste da quasi 5 anni. Il suo è stato un consolidarsi lento: stratificazioni di pratiche quotidiane, comportamenti che si modificano, bisogni che si fanno sempre più pressanti e necessità, che sembravano irrinunciabili, "si lasciano" sparire col rinnovarsi delle relazioni.
Questo articolo nasce da una riflessione di un'educatrice della cooperativa sociale Archimede, Lucia, in procinto di trasferirsi dalla Comunità Alloggio GIONA ad un altro servizio della cooperativa. Il suo breve testo, immediato nella percezione e diretto nella comunicazione di uno dei tratti essenziali e caratteristici di Giona (come si articola la funzione educativa?), ci permette di tornare su un tema fondamentale per l'evoluzione dei servizi rivolti alle persone in situazione di handicap grave, per le quali la risposta al bisogno di sostegno costante nella conduzione della propria vita sembra andare esclusivamente nella direzione di strutture di grandi dimensioni, con enormi apparati organizzativi, poco personalizzate, essenzialmente "artefatte" (quanto sono distanti dalla quotidianità, comunemente intesa, i ritmi, gli spazi, i materiali…di un istituto?).

Cosa vuol dire un anno a Giona!!

Giona è una struttura che accoglie 6 persone con handicap mentale, situata al centro di Pesaro.
All'interno di questa comunità alloggio ci sono altre 6 persone importanti per l'andamento quotidiano del gruppo
: 5 educatrici ed un educatore.
La prima sensazione che si respira quando si entra a Giona proviene proprio dal carattere del rapporto che si crea fra utente ed educatore: questo perché nasce fra i due un bisogno umano che rende speciale sia l'uno che l'altro!
Ogni giorno è scandito da questo rapporto: io educatore vivo con te questa avventura in ogni suo istante ed in ogni sua parte, dal mattino fino alla sera e certo!! "vigilo", ma allo stesso tempo ascolto i tuoi bisogni, per poi cercare soluzioni adeguate.
Per riuscire in questo intento è chiaro che ci deve essere dietro un bagaglio professionale, ma ancora più importante è la continuità, che rende fluido ogni passaggio della giornata.
L'educatore è colui che "cura" in ogni momento l'utente e ne diventa anche il tramite rispetto alla società.
Ma è dalla completezza e dalla quotidianità del rapporto che può costruirsi quella fiducia reciproca, che una volta fuori, a contatto con il mondo, permetterà di vivere nuove esperienze!
Cosa accadrebbe se queste funzioni venissero nettamente divise? Se da una parte ci mettiamo le attività educative e dall'altra la cura per la persona?
Sicuramente i rapporti sarebbero diversi: avere l'educatore solo per poche ore non da la possibilità di creare una fiducia ed un riconoscimento tali da aiutare l'utente nel suo cammino.
Una figura prettamente assistenziale rischierebbe di "spezzettare" quel lavoro quotidiano che l'educatore compie.Ogni giorno i ragazzi si evolvono nell'espressione e nella soddisfazione dei loro bisogni primari
: la pulizia personale del mattino (eseguita da loro e non "agevolata" da altri), la colazione (momento per decidere quali sono le attività o le commissioni da fare), il pranzo (momento che fa respirare un clima familiare) e così via fino alla sera. Tutti questi momenti devono essere collegati tra loro ed è proprio la figura dell'educatore li rende uniti e significativi.

La doppia vita dei servizi

Forse i servizi hanno davvero una doppia vita! Da una parte "funzionano" bene (cioè realizzano i loro obiettivi) quando le procedure organizzative e gli apparati tecnici si fanno meno evidenti: le attività quotidiane scorrono l'una nell'altra in maniera fluida, seguendo le linee dei bisogni e dei desideri, senza appesantirsi in procedure complesse ed artificiose; dall'altra parte, "funzionano" bene (riescono cioè a svolgere una funzione sociale più ampia di quella strettamente autoreferenziale) quanto più diventano veri e propri laboratori, in cui vengono sperimentate (quindi agite e rielaborate, in un continuo aggiustamento rispetto alla complessità del contesto) modalità organizzative, forme di lavoro di gruppo, relazioni con altre organizzazioni del territorio.
Non è una doppia vita ovviamente: è la descrizione del meccanismo dinamico che può permettere ad un servizio di non spegnersi in un'ovvietà noiosa (quella che brucia gli operatori e ne fa carne da convegno!!): confrontarsi ogni giorno, da soli ed insieme, con il compito che ci spetta, in quanto operatori, trovando le forme adeguate per relazionarci con noi stessi, con i colleghi, con gli utenti, con il mondo.
Rispetto a Giona, e le parole di Lucia ce lo ricordano, uno degli elementi su cui abbiamo lavorato di più è stato proprio la cosiddetta "funzione educativa". Quando siamo partiti, venendo da esperienze di Centri Educativi Diurni, abbiamo progettato soprattutto attività (laboratori, animazione,…).
Poi ci ha pensato la realtà a ridimensionare i nostri programmi! La gestione della quotidianità (fare la spesa, cucinare, gli acquisti personali, la sistemazione della casa, le piccole riparazioni, …), diventava progressivamente l'attività principale, quella che impegnava maggiormente le energie ed il tempo dell'educatore in turno; parallelamente "la cura della persona" si arricchiva di sempre più significati ed azioni: il supporto durante l'igiene personale, la somministrazione dei farmaci, l'attenzione costante per lo stato di salute, le visite mediche…diventavano veri e propri contesti relazionali, nei quali l'educatore e l'utente entravano in un rapporto molto stretto, condividendo emozioni, affetti, imbarazzi, odori, consolazioni e sollievi!!
Fare da mangiare non e' un'attività educativa. E' la relazione che si instaura a promuovere un cambiamento nella persona, ad accrescere la sua autonomia, la sua capacità di adattarsi al reale, sciogliendo le rigidità. E le relazioni non sono fatte di sorrisi e pacche sulle spalle: sono gesti, che denotano ascolto ed attenzione; vicinanza, che produce consolazione e sostegno; sguardi, che garantiscono sicurezza ed offrono riconoscimento; mani, che puliscono, aiutano, abbracciano, cuciono, cuociono; parole, che rispondono e richiamano, interpellano e spiegano.
Ci sentiamo di dire con forza che, al di là delle mansioni e dei livelli contrattuali, questa ci sembra la dimensione in cui vada collocato il lavoro educativo, per lo meno in un servizio residenziale. Il rischio che vediamo è che, schiacciato fra professionisti dalle pratiche molto definite (psicologi e terapisti vari) e da figure professionali sottodimensionate (come gli assistenti di base, le cui potenzialità operative sono tuttora inespresse, limitati come sono a pulizie e sorveglianza!!), l'educatore si trovi a lavorare sempre di rimessa: quello che vogliamo invece è un pieno riconoscimento della sua professionalità proprio a partire dal suo contesto d'intervento, che è la relazione con la persona in situazione di handicap, relazione che si declina in tutte le sue possibili forme e che trova nella quotidianità un fertile ambiente operativo.


* La Comunità Alloggio GIONA è un servizio residenziale del Comune di Pesaro, gestito in convenzione dalla cooperativa sociale Archimede e cofinanziato dalla Regione Marche (all'interno dei progetti legge 162/98), dagli utenti, dal Comune di Mercatello sul Metauro, dal Comune di Mombaroccio, dall'Azienda ASL 1 di Pesaro e dall'Azienda ASL 2 di Urbino. A Giona vivono 4 uomini e 2 donne in situazione di handicap grave. Vi lavorano 6 educatori in turnazione ed un coordinatore, col supporto di un'assistente domiciliare e di due obiettori di coscienza.

(1) Per un maggior dettaglio si rimanda, Comunità alloggio Giona. Dalla balena alla città, "Appunti sulle politiche sociali", n. 6/2000, p. 14. Sulla funzione educativa, cfr., A. Valentini, Handicap intellettivo grave e servizi. Oltre l'assistenzialismo e l'irrecuperabilità, "Appunti sulle politiche sociali", n. 1/2001, p. 2.