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CONFERENZA NAZIONALE DEL VOLONTARIATO - AREZZO, 11-13 OTTOBRE 2002
DOCUMENTO CARITAS ITALIANA

VOLONTARIATO SOLIDALE: GENUINA PROPOSTA DI VITA E DI SOCIETÀ

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I Volontari nella cultura e nella società
L'impegno spontaneo da parte di persone e gruppi a favore di una necessità o utilità sociale non è un fatto nuovo o soltanto caratteristico della nostra società: dalle calamità alle pestilenze, dalle mobilitazioni contro le molteplici aggressioni, alle guerre di ogni tipo, dall'aiuto a chi è più debole, a cominciare da donne e bambini, alle raccolte e alle mense per i non abbienti: sempre la storia conosciuta e non scritta dell'umanità è stata costellata da molteplici figure di "volontari" per questa o quella causa, per una necessità sociale o, semplicemente, per un bisogno altrui. Questa dimensione solidale dell'umanità, riconosciuta e promossa da diverse culture e pensatori, ha determinato le caratteristiche attuali della società influenzando il comportamento sociale delle persone.

1. 1970-1990: il volontariato come fenomeno sociale
Alla fine degli anni '60, nel mondo occidentale, emerge il volontariato come fenomeno sociale e non solo relegato al vissuto dei singoli o dei gruppi. Il termine, raramente usato in precedenza, vuole descrivere e rappresentare una convergenza di esperienze, personali e di gruppo, che si esprimono in una gratuita e continuativa disponibilità, oltre l'adempimento dei doveri sociali e professionali, a favore di persone, collettività e contesti sociali in condizione di bisogno.
Hanno destato interesse le molteplici esperienze di persone e gruppi che, non accontentandosi di adempiere al complesso di doveri e oneri della vita sociale, investivano tempo, energie e risorse proprie a favore di altre persone in difficoltà.
Il volontariato ha rappresentato un percorso esperienziale di solidarietà vissuta, abbastanza praticabile dai più, attraverso il quale molte persone e gruppi hanno cercato di attuare, nella propria vita e in quella delle realtà coinvolte, una risposta alle istanze di giustizia e di cambiamento sociale che contemporaneamente incontravano altri tentativi di soluzione spesso più stringenti o intransigenti. Per questi ultimi il "mito del volontariato" era un espediente o una chimera che non poteva sortire altro che un annacquamento delle più lucide e genuine aspirazioni al progresso ed alla giustizia sociale.
La caduta delle ideologie dominanti, e spesso confliggenti, il disincanto rispetto alla via politica al cambiamento, l'affermarsi progressivo delle leggi del mercato nei diversi ambiti della vita sociale e della mercantilizzazione di ogni bene con lo strascico di nuove e vecchie vittime degli egoismi individuali e collettivi, ha comunque posto sempre più in evidenza il potenziale di progresso sociale e culturale che il "volontariato" ha continuato ad alimentare e a trasmettere nelle società occidentali e nel resto del pianeta nei decenni successivi.

a.Una prima definizione
In Italia in particolare, il ventennio 1970-1990 ha visto una crescita esponenziale della cultura e della maturazione sociale e civile del "volontariato" che, in un crescente sforzo verso la promozione integrale dei destinatari del suo aiuto e verso la rimozione delle cause sociali, istituzionali e culturali del disagio, si è sempre riconosciuto come
esperienza, individuale o di gruppo, di persone che, adempiuti gli obblighi professionali e sociali, impegnano gratuitamente tempo, capacità e risorse proprie, spontaneamente e con continuità, a favore di persone e collettività in stato di bisogno;
coscienti che, accanto a tali esperienze, altre precedenti o successive, affini per alcuni aspetti e diverse per altri, concorrevano al raggiungimento di molti obiettivi comuni.

b. Chiesa e volontariato
La Chiesa Italiana, appena uscita dalla profonda riflessione su se stessa e sulla propria missione fra gli uomini del nostro tempo nel Concilio Vaticano II, colse subito il prezioso patrimonio culturale e di orientamento ideale insito nelle numerose espressioni del volontariato affioranti nel Paese.
Attraverso la Caritas Italiana - dalla sua istituzione nel 1971 - ha scelto di sostenere e promuovere le esperienze piccole e grandi del volontariato, offrendo un puntuale e discreto servizio di coordinamento fra tutte quelle di ispirazione cristiana.
Tale compito si è pertanto espresso, durante i due decenni successivi, nei confronti delle diverse esperienze del volontariato emerse in Italia, dei coordinamenti e collegamenti da esse derivati e verso tutte persone e collettività che si sono, in modi diversi, accostati a questa realtà.
In questa prospettiva si colloca l'organizzazione del primo convegno nazionale del volontariato, a Napoli nel 1975, come pure la riflessione sul volontariato e sulla solidarietà nel contesto degli storici convegni ecclesiali, a partire da quello sui "Mali di Roma" del 1974 e da quello nazionale su Evangelizzazione e Promozione Umana.
Particolare attenzione è stata poi posta sul volontariato di ispirazione cristiana. Esso infatti, che coinvolge più della metà dei volontari italiani, attinge alla propria fede, condivisa nella comunità ecclesiale, l'amore per la persona povera, ferita ed emarginata. Questo amore è la dimensione su cui ogni volontario cristiano fonda il proprio stile di vita e di relazione, oltre che l'esperienza di servizio.
Proprio perché attinto dalla fede, però, l'amore per gli ultimi non può essere patrimonio esclusivo di chi fa volontariato: deve essere piuttosto una ricchezza dell'intera comunità. Se espresso dalla comunità, tra l'altro, l'amore sarà molto più efficace. Il volontario, perciò, non è un operatore cui è delegata l'attività caritativa, ma è piuttosto l'animatore di un servizio che è svolto dall'intera comunità, in vari modi.
Richiamando continuamente la comunità cristiana al suo dovere d'amare, il volontariato contribuisce a farla crescere. Su questi intenti infatti si è concentrato lo sforzo della Chiesa Italiana attraverso gli orientamenti per l'ultimo decennio scorso espressi nel documento programmatico "Evangelizzazione e Testimonianza della Carità".
Dentro questa ultima tappa del cammino ecclesiale si inserisce anche la redazione condivisa della "Carta d'identità del volontariato" (pubblicata a cura della Caritas Italiana nel 2000) e sulla stessa linea si è espressa, sul piano civile, la "Carta dei valori del volontariato" (2001).

c. 1991: la codificazione
Al culmine di questa chiara e convergente presa di coscienza, e di un serrato dialogo su tutti i fronti del bisogno, e della politica sociale con la società organizzata, nel 1991 le realtà più impegnate nella crescita di questa cultura del volontariato italiano promuovono un'azione parlamentare per il riconoscimento ed il supporto dello Stato all'azione del "volontariato".
Il riconoscimento da parte della Repubblica sarà pieno. Esso si riferisce in particolare al ruolo fondativo che la solidarietà espressa dal volontariato esercita nei confronti dell'organizzazione sociale stessa: sulla base di questa "solidarietà" ed in base ad essa nascono infatti fra gli uomini le istituzioni sociali private e pubbliche.
Il volontariato viene pertanto riconosciuto, alla luce di una successiva sentenza della Corte Costituzionale interpretativa dell'articolo 1 della legge 266/91, come speciale vivaio o fucina di solidarietà sociale nelle sue caratteristiche genuine di gratuità, solidarietà altruistica e perseguimento della giustizia sociale, alimentate ed espresse dai cittadini che vi si impegnano.
Particolare sarà anche, in base alla legge 266/91, l'attenzione da parte dello Stato alle realtà di volontariato che, in base a precise caratteristiche, saranno denominate "organizzazioni di volontariato". Tali saranno infatti considerate quegli organismi, a comprovata organizzazione democratica, operanti in continuità, composti in prevalenza da persone che agiscono gratuitamente, per fini di solidarietà, a favore di terze persone o collettività in stato di bisogno.
In loro favore lo Stato offre percorsi preferenziali di partecipazione civile, sgravi fiscali ed inoltre, in via esclusiva, "fondi speciali" a carico delle Fondazioni bancarie che dovrebbero supportare e qualificare l'attività delle organizzazioni di volontariato, ai quali andavano ad aggiungersi altri fondi (per la verità molto modesti), destinati al medesimo scopo, da parte del costituendo Osservatorio Nazionale del Volontariato.

d. Una corsia "preferenziale"
Il fattore economico (fondi e finanziamenti), rivelatosi subito un privilegio esclusivo rispetto alle diverse altre realtà del non profit che, pur perseguendolo, avevano, al massimo, ottenuto spazi di partecipazione o sgravi fiscali, come nel caso delle cooperative sociali, o, semplicemente, la promessa di ciò, come nel caso dell'associazionismo o dell'auto-mutuo-aiuto, evidenziava, ancora di più, l'attenzione speciale del Parlamento verso la peculiare realtà non profit rappresentata dalle organizzazioni con prevalenza di volontari.
Ma in cosa poteva giustificarsi lo speciale gettito di fondi per il volontariato, rispetto a quanto offerto ad altre realtà sociali?
Forse le cifre esorbitanti sui presunti 4 o 7 milioni di adulti volontari facevano pensare ad una forza sociale o un luogo di consenso da ingraziarsi o controllare nella sua capacità di critica e vigilanza sulle politiche sociali nazionali, regionali (proprio come la ripartizione dei fondi delle casse di risparmio) o locali, che cresceva in quel volontariato tanto gratuito quanto libero da influenze e condizionamenti?
O forse invece, essendo già molto diffusa a livello locale una certa liberalità degli amministratori verso i già noti luoghi di consenso o dissenso del gratuito e libero volontariato, i promotori del volontariato volevano prevenire un ammorbidimento ed inquinamento dei gruppi da parte di spregiudicati "faccendieri locali", attraverso una normativa nazionale trasparente sul finanziamento?
A distanza di dieci anni si può comunque constatare che, nonostante questo supporto dello Stato, la partecipazione civile non è certo cresciuta, forse solo in parte migliorata, a favore, invece, di una significativa crescita della difesa dei diritti dei più deboli contro ogni sfruttamento (advocacy) tra i cui responsabili viene, non di rado, compreso anche lo Stato, la sua politica economica, sociale ed estera.
Il tentativo di inquinare l'identità, anche sotto la pressione dei finanziamenti, sta creando molti problemi all'opera dei volontari, alle loro collaborazioni, soprattutto con le altre realtà del non profit e, non da ultimo, all'incisività del loro operato nell'incontro col mondo del disagio, della sofferenza e dell'esclusione sociale.

2. Finanziamenti, non profit, identità del volontariato
Infatti mai, come dal 1991 in poi in Italia, il volontariato è stato oggetto dell'interesse dei centri di ricerca privati, delle università, delle grandi organizzazioni del non profit e dell'impresa sociale.
Da allora, le realtà più vivaci ed intraprendenti del non profit, rappresentate spesso da persone provenienti dal "gratuito" e con una forte abilità e propensione a valorizzare le minime risorse per trasformarle in fiorenti organizzazioni di intervento sociale in diverse aree di disagio (dimenticando spesso realtà come: il nomadismo, la devianza, etc.), hanno continuato a vestire la loro pur preziosa opera non profit coi panni del gratuito e del volontariato per poter utilizzare i fondi destinati esclusivamente al "prevalentemente gratuito volontariato".
Lo stesso termine "non profit" viene elaborato per considerare dentro un unico contenitore, connotato dalla comune caratteristica di "organizzazioni non aventi scopo di lucro" (dall'inglese NOT FOR PROFIT al neologismo non profit), sia le organizzazioni di impresa sociale che quelle operanti in gratuità (in inglese NO-PROFIT = nessun profitto). Da allora, sia nel parlare che nello scrivere i due termini non profit e no-profit , ben distinti nel significato, si usano con estrema disinvoltura in modo inappropriato e con effetto mistificante.
Il crescendo di una "linea economica" che si incunea nel volontariato, ha visto, dal 1991 in poi, pur partendo dal "niente soldi diretti alle organizzazioni", dapprima "alcuni progetti annualmente finanziati dall'Osservatorio Nazionale" (composto da membri di grandi organizzazioni), poi i finanziamenti a progetti locali di organizzazioni locali da parte dei Centri di Servizio ed in ultimo, proponendo modifiche alla legge quadro per le quali risulterebbero beneficiarie dei fondi anche organizzazioni che erogano rimborsi forfettari ai loro "volontari".
Se, infatti, si guardano le caratteristiche di quelle realtà che oggi sono finanziate dalle istituzioni pubbliche come Organizzazioni di Volontariato, si trova sempre meno gratuità, azione a favore di terzi in difficoltà, e sempre più impresa sociale, auto-aiuto, associazionismo di tempo libero o educazione, advocacy molto acclamante ma meno in contatto con la realtà dei "difesi".
Tutto questo mondo si veste così talmente bene di volontariato che i volontari, quelli delle gratuite e altruistiche relazioni di condivisione e di promozione di chi è nel disagio, cominciano a far fatica a riconoscersi, incontrarsi o a collaborare e far valere il loro indispensabile apporto, integrativo di qualsiasi altro tipo di intervento sociale e non concorrenziale o alternativo come spesso accade.
Del resto il mondo del non profit non ha talora tralasciato, negli ultimi dieci anni, di avvalersi dei contributi di insigni studiosi e ricercatori per mostrare i diversi volti del volontariato continuando, nello stesso tempo a celebrare la fine di quel volontariato che inizialmente si è voluto riconoscere e sostenere.
Nel decennio 1990-2000 non sono stati fatti grandi passi avanti nell'offerta di formazione e nel supporto qualificante alle piccole e grandi organizzazioni del volontariato da parte dei Centri di Servizio. Questi, forse perché in buona parte espressione del terzo settore e del privato sociale più imprenditoriale, si sono caricati di tecnici e di consulenti limitandosi ad erogare consulenze legali e fiscali ad un volontariato sempre più preoccupato di registrarsi e sempre più lontano dalla sua autentica funzione di approccio diretto col disagio: fattore in cui si può riscontrare la causa del suo declino.
Di fatto, alcune indagini e certe disamine partono sempre più da contesti molto vicini a grandi imprese e molto ben collaboranti con le imprese sociali, ma soprattutto sempre più lontani dai contesti di esclusione in cui invece le persone che vi sono relegate incontrano ancora molti volontari.

3. Il dono di autentiche e solidali relazioni di aiuto
Le nuove e vecchie povertà, sempre più frutto dell'indifferenza e della perdita dei valori e della prossimità fra gli uomini, evidenziano invece il bisogno ineludibile di un aiuto che instauri relazioni umane significative con chi è nel disagio, lacerato dai dinamismi devastanti e feroci insiti nell'odierna vita sociale, e che, su queste relazioni autentiche, fondi percorsi di speranza, di liberazione e di riscatto avvalendosi di tutte le possibili risorse della solidarietà organizzata e diffusa. Il ruolo chiave del volontariato riparte dalle persone e dai gruppi che, senza ricerca di tornaconto personale e professionale, offrono agli altri, fuori dai diversi obblighi - di parentela, associativi o mutuali - una condivisione ed una presa in carico del disagio per dare una risposta senza umiliare le risorse ed il legittimo protagonismo di chi soffre rispetto alla propria vicenda di vita personale e familiare.
Quali relazioni significative, continuative e di fiducia possono instaurarsi con chi è nel disagio, sulla base del rispetto di bilanci d'impresa? Questi pur necessari approcci ai problemi degli esclusi acquistano potere ed incidenza nelle situazioni di disagio solo se e quando mediati dall'apporto stimolante e rigenerante di autentiche relazioni d'aiuto basate soprattutto sulla fiducia in chi è nel bisogno e sul sentire quel bisogno come una condivisa condizione di disagio da affrontare e superare insieme: su questo sentire si fonda la gratuità e il dono dei volontari e su questa gratuità si riescono a costruire alleanze di fiducia e di speranza con i poveri della terra e di ogni condizione umana.
E' questa prospettiva e questa alleanza che può fare dei volontari persone esperienzialmente coscienti delle contraddizioni e delle ingiustizie sociali e porli come vigili sensori e propugnatori di giustizia sociale, a fianco di chiunque voglia genuinamente battersi per questa causa!

4. Contributi dei cristiani alla riscoperta del volto autentico ed attuale del volontariato
La recente terza indagine sui servizi socio-assistenziali collegati alla Chiesa, pubblicata nel corso del 2001, ha regalato anche un'interessante fotografia del volontariato nella Chiesa Italiana, a partire dai servizi collegati alle Caritas diocesane e parrocchiali, ai 15 organismi della Consulta Ecclesiale Nazionale, ad altri organismi e associazioni non presenti nella Consulta, ad enti 'autonomi', ma cristianamente ispirati.
Il quadro censito vede la presenza di oltre 200.000 volontari, 70.000 religiosi, 9.000 obiettori di coscienza nei quasi 11.000 servizi socio-assistenziali, a fronte di 89.000 operatori.
Metà proviene dalle parrocchie, 60.000 dalle associazioni cattoliche e 40.000 sono persone che spontaneamente si accostano all'esperienza di volontariato nei servizi.
Il 41% dei servizi - ed è questo un aspetto nuovo e interessante - vede la presenza di un volontariato familiare ( 8.000 famiglie volontarie
La distribuizione del volontariato cattolico, in crescendo, presenta questo quadro: il 40% del personale delle case per anziani è volontario; il 70% del personale delle comunità terapeutiche, comunità alloggio per minori e disabili; l'80% del personale dei servizi di pronto intervento e di prima accoglienza; il 90% di chi opera nelle carceri e nell'assistenza domiciliare; il 93% nei centri di ascolto, di distribuzione e negli ambulatori.
Quasi la metà (47,3%) dei servizi socio-assistenziali della Chiesa conta solo su personale volontario. I volontari incontrano e offrono un servizio soprattutto alle famiglie in difficoltà, agli immigrati, ai minori, ai tossicodipendenti e alcolisti, ai senza fissa dimora, ai detenuti, agli anziani e ai malati di mente: il primo volto che poveri incontrano nei servizi ecclesiali è il più delle volte il volto di un volontario.
Due caratteristiche si possono rilevare nel volontariato cattolico: la 'multifunzionalità', cioè l'adeguamento a servizi diversi; il 'pendolarismo', cioè il passaggio da un servizio all'altro.
Queste due caratteristiche collocano il volontariato cattolico soprattutto dentro un quadro di servizi che necessitano una disponibilità e non solo una competenza, ma pur sempre una preparazione motivazionale che dà qualità alla relazione d'aiuto.
Esso vuole anzitutto richiamare la 'forza storica e popolare' del volontariato sociale ecclesiale, che ha offerto un 'di più' di novità, relazionalità, qualità ai servizi socio-assistenziali della Chiesa: un volontariato per lo più non accuratamente organizzato, ma preparato, formato e guidato da una comunità parrocchiale radicata sul territorio, vicina alla gente, con lo sguardo attento e immediato ai più poveri.
La tappa di Arezzo, carica di attenzioni anche istituzionali, in Italia e in Europa, ad esperienze nuove (servizio civile volontario) o rinnovate (protezione civile), oltre che ad un quadro legislativo sul volontariato in evoluzione - seppur limitato al rapporto tra Istituzioni e organizzazioni - può costituire un momento importante di confronto e discussione su alcuni problemi del volontariato italiano: la deriva del gratuito, il problema dei 'registri', il sogno e la realtà dei 'Centri di servizio', che non possono sostituire la rappresentanza del volontariato, la necessità di distinguere il 'Terzo settore' dal volontariato, il problema educativo dei giovani al e nel volontariato, le modalità di partecipazione attiva dei volontari ai tavoli territoriali e ai diversi livelli della programmazione politica, spazi di rappresentanza per il volontariato di advocacy, la necessità di altri supporti.

5. Costruiamo nel quotidiano una cultura di solidarietà

E' questa percezione solidale del disagio altrui come comune retaggio di un'unica condizione umana e sociale condivisa che restituisce alle persone, specie ai giovani, del volontariato il senso profondo di essere cittadini corresponsabili di una terra da amministrare a beneficio dell'intera famiglia umana.
Sono dunque questi i costruttori di un paradigma sociale, forse antico quanto l'uomo, ma fortemente condizionato da ideologie e sistemi economici, che rappresenta già di fatto una solida alternativa alle società moderne fondate sul patto sociale delle osservanze obbligatorie per la civile o pacifica convivenza e delle sfrenate imprese individuali per l'accaparramento di sicurezze e forme di benessere in ultimo fittizie. I volontari sono "più sociali" e "più cittadini" perché fondano la loro esistenza sul paradigma dell'umanità che cresce insieme in condivisione solidale di gioie e dolori.
E' a questi volontari che va il riconoscimento della società organizzata e dello Stato che, se vuole essere anche un sostegno ed un supporto, dovrebbe indirizzare gli sforzi e le risorse verso una offerta formativa qualificante e verso la valorizzazione del loro apporto nelle pieghe degli interventi e delle politiche sociali, dalla loro elaborazione alla loro attuazione e verifica.

…Se non si attuerà ciò che è in nostro potere per rimuovere l'attuale appiattimento sul presente, non sarà certo facile combattere gli esiti individualistici della cultura in cui viviamo.
Infine, noi cristiani, insieme a tutti gli uomini che vivono accanto a noi, dobbiamo sempre essere pronti a discernere ogni forma di idolatria, ogni costruzione della mente umana che sia portatrice di morte e non di vita. Ebbene, nella nostra società sono presenti dei "miti" che vanno smascherati. Il cristianesimo non può accettare ad esempio la logica del più forte, l'idea che la presenza di poveri, sfruttati e umiliati sia frutto dell'inesorabile fluire della storia: Gesù ha annunciato che saranno proprio i poveri a regnare, a precederci nel regno dei cieli. Sono essi i nostri "signori". Su questo punto il cristianesimo non può scendere affatto a compromessi: il povero, il viandante, lo straniero non sono cittadini qualunque per la Chiesa….
(CEI - Orientamenti past. per il primo decennio del 2000)


Alla realizzazione di questo documento hanno contribuito:
ACISJF, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, AVULSS, CISM, CNCA, Confederazione Nazionale delle Misericordie d'Italia, Gruppi di Volontariato Vincenziano, FICT, CIF, MAC, Società di S. Vincenzo de' Paoli, UNEBA, USMI- FIRAS, Consulta Nazionale Fondazioni Antiusura.