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Rapporto Ecomafia 2007
I numeri e le storie della criminalità ambientale


a cura dell'Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente
Edizioni Ambiente 2007
pagine 400 - euro 20,00

Il termine “ecomafia”, coniato da Legambiente ed entrato ormai nel linguaggio comune (oltre che nel vocabolario Zingarelli), indica, quei settori della criminalità organizzata che hanno scelto come settore di attività il nuovo grande business dell’illegalità ambientale. Dal 1997 il fenomeno viene documentato in modo dettagliato e sistematico nell’annuale “Rapporto Ecomafia” un’opera collettiva, coordinata dall’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente e realizzata in collaborazione con tutte le forze dell’ordine (Arma dei Carabinieri, Corpo Forestale dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, Capitanerie di porto, Guardia di Finanza, Polizia di Stato, Direzione investigativa antimafia), l’istituto di ricerche Cresme (per quanto riguarda il capitolo relativo all’abusivismo edilizio), magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale e avvocati dei Centri di azione giuridica di Legambiente.
Ogni anno nel rapporto si restituisce il quadro di fenomeni consolidati come i traffici illegali di rifiuti, l’abusivismo edilizio, i combattimenti clandestini tra cani, il saccheggio dei beni archeologici, il commercio illegale di specie protette e di legname pregiato. Di questa economia parallela e fuori dalla legalità che va a ledere i diritti e le risorse della collettività si traccia il bilancio e l’organigramma, elencando i clan mafiosi coinvolti. Un’economia che si muove agevolmente anche a livello internazionale, ben inserita in una vera “globalizzazione illegale”. Ma oltre alle cifre e ai nomi, il Rapporto contiene moltissime storie, sconvolgenti, di una criminalità che è ormai parte del quotidiano, nascosta tra le pieghe di attività economiche dall’apparenza “normale”. Storie che meritano di essere raccontate e conosciute, anche per capire come il fenomeno continui ad assumere volti diversi e ad aprire nuove attività.
Il Rapporto Ecomafia 2007 è un lavoro di ricerca e analisi che per i propri contenuti si fa leggere come un romanzo. Uno strumento indispensabile per chi vuole conoscere i fenomeni d’illegalità ambientale in Italia e i mercati globali dell’ecocriminalità. Ma anche un atto di denuncia contro l’indifferenza e l’inerzia di molti.

Premessa
Pietro Grasso - Procuratore nazionale Antimafia

Il fenomeno delle ecomafie rappresenta uno dei modi con cui, pur nella continuità degli obiettivi tradizionali e del controllo del territorio, le strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso si sono adeguate alle nuove frontiere delle più moderne attività imprenditoriali. Già da qualche tempo, infatti, la presenza delle organizzazioni criminali non si manifesta più unicamente attraverso il compimento di delitti di sangue. I delitti strutturali di queste organizzazioni, oggi, sono quelli silenziosi e invisibili della penetrazione nell'economia e nel mercato.
Le organizzazioni mafiose si inseriscono in qualsiasi traffico, lecito o illecito, purché sia redditizio e consenta di investire flussi di denaro, ricavandone ingenti profitti.
I cicli del cemento e dei rifiuti rappresentano oggi due ambiti di attività per i quali cresce l'allarme sociale nel nostro paese proprio perché costituiscono il campo d'azione privilegiato delle cosiddette ecomafie.
In particolare, con riferimento a talune specifiche aree, l'iniziale coinvolgimento di gruppi di criminalità organizzata di tipo mafioso che avevano a disposizione nel territorio cave, terreni e manodopera a basso costo, ha favorito il rapido decollo di un vero e proprio mercato illegale.
Osservando però l'evoluzione di questo mercato notiamo che, accanto agli esponenti delle famiglie mafiose, il mondo dei rifiuti si è andato popolando sempre più di una varietà di soggetti che, nella gran parte dei casi, non ha un precedente criminale, ma si collega con i criminali: in generale si tratta di imprese legali, uomini d'affari, funzionari pubblici, operatori del settore dei rifiuti, mediatori, faccendieri, tecnici di laboratorio, imprenditori nel settore dei trasporti. Questi soggetti sono inseriti nei gangli essenziali del mercato legale ma iniziano a fare dell'illegalità, della simulazione, dell'evasione sistematica di qualsiasi regola e della corruzione, le regole ispiratrici della propria condotta.
L'impressione generale suggerisce che il grosso affare dell'emergenza rifiuti non sia semplicemente il frutto di un'attività criminale occasionale, ma sia legato a un preciso orientamento di alcuni settori del mondo produttivo, sia locale che nazionale, desiderosi, come può essere logico per un'impresa, di ridurre i costi - conseguentemente aumentando i profitti - e disponibili a far ciò anche attraverso una costante violazione delle regole del gioco. Se tutto ciò potrebbe essere giustificato nell'ottica di un'impresa, diventa però criminale dal punto di vista della violazione delle leggi e, soprattutto, riprovevole da un punto di vista etico.
La consapevolezza dell'importanza assunta dal settore dei rifiuti per la criminalità organizzata può essere tutta riassunta in poche parole, di straordinaria efficacia, pronunciate da un mafioso. Questi, durante una conversazione intercettata, affermò: "Buttiamoci sui rifiuti: trasi munnizza e niesci oro". Penso che questa espressione - in dialetto ma, ritengo, comprensibilissima - più di molte parole, dia l'esatta misura del precipuo interesse, da parte della criminalità mafiosa, per il settore dei rifiuti.
Anche per le ragioni ora sinteticamente indicate è più che mai opportuno - e tale opportunità è già stata manifestata ormai da anni - intervenire sul piano legislativo.
Notevoli passi avanti furono fatti mediante l'introduzione del reato di gestione illecita dei rifiuti che consente di disporre di armi legali per poter contrastare il fenomeno dell'inquinamento, anche se occorrono certi requisiti.
L'attuale fenomenologia della criminalità ambientale, sempre più criminalità di impresa e di profitto, consiglia l'introduzione di ulteriori modifiche all'attuale impianto normativo fra le quali appare indispensabile l'attribuzione della competenza alla direzione distrettuale antimafia in ordine ad alcune fattispecie delittuose, analogamente a quanto già accade per le altre forme di crimine organizzato quali il traffico di droga, il contrabbando di t.l.e. (tabacchi lavorati esteri) e la tratta degli esseri umani.
Su tale direttrice già si è mosso il legislatore - e, speriamo, questa volta con esito positivo, visto che il tentativo operato nella precedente legislatura è fallito - con la presentazione di una specifica proposta di legge che prevede, fra l'altro, l'introduzione nel codice penale dei Delitti contro l'ambiente e contenente, fra gli altri, anche una nuova figura di delitto associativo.
Ma accanto all'inserimento di nuove tipologie di delitto o all'inasprimento delle sanzioni per le attuali, l'esperienza induce a ritenere che sarebbe particolarmente importante anche l'introduzione di un sistema premiale che favorisca la deflazione del procedimento penale in relazione agli interventi di ripristino ambientale posti in essere dall'indagato.
Il problema fondamentale è, infatti, bonificare l'ambiente mediante il ripristino e la ripulitura delle aree dei siti inquinati.
La strada ora intrapresa è sicuramente giusta, in specie per quanto concerne l'attribuzione della competenza alla Direzione Distrettuale Antimafia, sulla quale si riverbera, poi, quella della Direzione Nazionale Antimafia.
Tale rilievo è ancor più vero se si considera che il fenomeno ecomafia - contraddistinto dalle peculiarità sopra ricordate e tenuto conto che, specie il fenomeno dello smaltimento dei rifiuti risente, al pari e forse più di altri, dell'effetto "globalizzazione" - travalica i confini nazionali e coinvolge organizzazioni e strutture a carattere transnazionale.
Nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIII legislatura si notava che "per poter offrire un adeguato contrasto a questo nuovo inquietante agire della criminalità organizzata, a questa cultura imprenditoriale che ignora, nel nome del maggiore profitto, beni fondamentali della vita, quali la salute e l'ambiente, non si può agire isolatamente, ma occorre una forte e convinta collaborazione tra Stati e tra i vari organismi preposti alle attività di contrasto e controllo. Ancora occorre, mediante la promozione di una nuova cultura di contrasto da esercitare nei confronti anche delle forze sociali e culturali, anticipare i percorsi dei traffici illegali per poter così isolare quelli che, con grande lucidità ed efficacia, sono stati indicati come i 'ladri' del futuro".
E proprio nelle generali attività di contrasto e prevenzione dei crimini ambientali un ruolo di primaria importanza viene svolto, oltre che dalle Forze di Polizia anche a carattere locale, da alcune importanti associazioni come Legambiente.
Esse contribuiscono, con la loro opera, a monitorare il territorio e a favorire programmi di educazione ambientale che pongano anche all'attenzione dei giovani queste tematiche. È importante, infatti, che l'osservanza delle norme ambientali avvenga non tanto - o non solo - per timore delle sanzioni per i trasgressori ma per un'accresciuta forma di educazione alla legalità.
Ovviamente è necessario che tutte le istituzioni diano un sostegno forte e chiaro alle attività, ai progetti e alle iniziative di sensibilizzazione e informazione su questi argomenti, in maniera da far crescere sempre di più nei cittadini e nei giovani la consapevolezza dei propri diritti, primo fra tutti quello di vivere in un ambiente sano e in una società fondata sul rispetto della legalità.
Dunque, si tratta di coalizzare tutte le istituzioni, che hanno il dovere di farlo, e i cittadini, che devono sentire questo spirito di collaborazione contro i criminali che imbrattano, che deturpano e che rendono invivibile la nostra meravigliosa terra. Tutti insieme contro i "ladri" del nostro - e dei nostri figli e nipoti - futuro.