Data di pubblicazione: 14/03/2024
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Il pensiero di Franco Basaglia è ancora necessario

L’11 marzo 2024 ricorre il centenario della nascita di Franco Basaglia (Venezia 1924-1980), antifascista, neurologo, protagonista della “rivoluzione” nell’assistenza alle persone con disturbo mentale che ha portato in Italia alla legge di riforma dell’assistenza psichiatrica, la legge180 del 1978. Parlare di Franco Basaglia fa ripercorrere la storia della psichiatria italiana dalla fine del secondo conflitto mondiale, mettendo in luce i radicali cambiamenti riconducibili al suo pensiero e alla sua pratica.

Quando, nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, Basaglia inizia a frequentare la Clinica delle malattie nervose e mentali dell’università di Padova, diretta da Giambattista Belloni, il contesto della psichiatria italiana è caratterizzato da profonda arretratezza: l’orientamento scientifico nell’accademia e nei manicomi è prevalentemente biologico-organicista, poco aperto agli indirizzi innovativi presenti in altri Paesi europei, delle “comunità aperte” in Inghilterra e del “settore” in Francia. La psicologia, abolita da Giovanni Gentile durante il fascismo dagli studi di medicina, e la psicoanalisi, introdotta da Edoardo Weiss, non trovano spazio di diffusione. La legge sull’assistenza psichiatrica del 1904 sancisce la pericolosità del malato di mente e la necessità di segregazione e custodia.

Basaglia, insofferente a una scienza che presenta l’oggetto e gli strumenti della sua analisi come dati fissi e indiscutibili, ricerca altre strade per avvicinare il malato mentale, senza diaframmi impliciti nella rigida definizione sintomatologica delle sindromi e si avvicina al pensiero filosofico fenomenologico esistenziale, che permette di incontrare il problema dell’uomo non più come entità astratta definibile secondo un sistema di categorie chiuse ma come soggetto oggetto di una sofferenza sociale1.

Nel 1958 Basaglia consegue la libera docenza ma, non organico all’accademia, è presto “esiliato” dal professor Belloni nel manicomio di Gorizia, al confine con la Iugoslavia. Il 16 novembre del 1961 Basaglia entra come direttore nel manicomio di Gorizia. L’incontro con il manicomio è scioccante: lo assale un lezzo infernale che lo riporta a quando, giovane studente universitario, entra come detenuto politico nel carcere di Venezia, ma questa volta è dalla parte del carceriere. Dappertutto grate, chiavi, sbarre, persone legate ai letti o agli alberi nei cortili, uomini e donne che vagano senza una meta, distrutti dal potere dell’istituto.

Di fronte al divario tra il rigoroso livello delle dissertazioni scientifiche e la realtà a cui tali dissertazioni si riferiscono: il malato mentale, così come si presenta, dopo anni di ospedalizzazione2, Basaglia sceglie di non essere complice di quella distruzione dell’uomo, rifiuta di porre tra sé e il manicomio la distanza di un sapere, accetta di affrontare il rischio del reale: mette tra parentesi la malattia per ricercare e incontrare l’esistenza sofferente dei soggetti oltre le incrostazioni istituzionali2.

Dà avvio a pratiche concrete di trasformazione della quotidianità della vita nei reparti, mette in discussione i rapporti gerarchici di potere, abolisce i mezzi di contenzione, apre le porte, abbatte le reti. Dopo tre anni di lavoro a Gorizia, nel 1964 al primo congresso di Psichiatria sociale a Londra dichiara la necessità della distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione per cercare soluzioni che tengano finalmente conto dell’uomo nel suo libero porsi nel mondo3.

Nel 1969 Basaglia, impedito dalla giunta provinciale ad uscire dalle mura, lascia Gorizia. Per un periodo (1970-71) assume la direzione di Colorno, ma ostacolato dalla sinistra nel progetto di chiusura del manicomio, sceglie nel 1971 di andare a Trieste, chiamato dal giovane presidente democristiano della Provincia Michele Zanetti. A Trieste, Basaglia e il suo gruppo di lavoro – giovani medici non contaminati dalla psichiatria tradizionale – operano fin da subito per lo smontaggio del manicomio e la fine dell’internamento e della segregazione, per la restituzione ai ricoverati e alle ricoverate dei diritti civili e politici, per la costruzione di condizioni materiali per una vita oltre le mura. Mentre l’ospedale si svuota, in tutto il territorio provinciale vengono costituiti Centri di salute mentale sulle 24 ore, dotati di posti letto per l’accoglienza diurna e notturna di persone in crisi, aperti e attraversati dalla comunità (1975-1977). Nel 1977 Franco Basaglia dichiara la chiusura dell’ospedale psichiatrico.

Nel 1979 lascia Trieste, divenendo consulente della Regione Lazio per la riorganizzazione dei Servizi di salute mentale. Muore il 29 agosto 1980.

Franco Basaglia ha influenzato in maniera irreversibile la storia della psichiatria, italiana e mondiale, con la chiusura dei manicomi e la presa in carico delle persone con disturbo mentale, anche severo, nei contesti di vita, nella comunità, ma tanto più con la fine di uno “statuto speciale” per la persona con sofferenza mentale entrata nella cittadinanza sociale, tornata ad essere titolare di diritti. Ha acceso un faro sulla questione del sapere/potere nel rapporto di cura, sulla trasformazione, storicamente determinata, della diversità in disuguaglianza sociale, sulla centralità di quelli che oggi definiamo indicatori sociali di salute, e tanto più sull’essere la psichiatria strumento di controllo sociale più che di cura e il manicomio contenitore di miseria più che di follia.

Questioni tutte che interrogano fortemente il presente. Se nel nostro Paese i grandi manicomi pubblici sono stati chiusi, pure, in forme rinnovate, li ritroviamo in molti Servizi psichiatrici di diagnosi e cura con le porte chiuse, che legano le persone fino alla morte, nelle case di cura private, nelle cosiddette comunità terapeutiche chiuse e cronicizzanti, nella maggior parte delle residenze per le misure di sicurezza, negli istituti per persone con disabilità o per anziani, nei Centri di permanenza per i rimpatri (CPR). È tornato egemone il paradigma dell’internamento: nel 2019 il numero di persone adulte con disabilità o patologia psichiatrica ricoverate in strutture residenziali è stato di 45.317 (Istat)4.

Per affrontare tutto questo, il pensiero e la pratica di Basaglia sono necessari. Dobbiamo tornare all’idea di Basaglia, per mettere al centro, nella concretezza della pratica del lavoro di cura, non la malattia ma la persona nella sua globalità, relazionata e contestualizzata, la sua dignità e i suoi diritti, per riconoscere il suo protagonismo, per uscire dal paradigma dell’internamento e costruire servizi di prossimità.

E tanto più, nei tempi bui che attraversiamo, anche come tecnici della salute, dobbiamo non indulgere, come incalzava Basaglia, nel pessimismo della ragione ma mettere in atto l’ottimismo della pratica, mantenere un pensiero critico e la convinzione che per cambiare i sistemi, per far sì che l’impossibile divenga possibile sono necessari la responsabilità e il lavoro di ognuno.

Bibliografia

1. Basaglia F. Nota introduzione generale ed esperienza rias­suntiva dei vari gruppi di lavoro. In: Scritti 1953- 1968. Torino: Einaudi, 1981.

2. Basaglia F. Che cos’è la psichiatria. Torino: Einaudi, 1967.

3. Basaglia F. La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione. In: Scritti 1953-1968. Torino: Einaudi, 1981.

4. Istat. Disabilità in cifre. Disponibile su https://lc.cx/o2ib-c [ultimo accesso 19 febbraio 2024].

In "Recenti Progressi in medicina", Marzo 2024, Vol. 115, N. 3 

Vedi anche

Il mio Basaglia. Pane e democrazia a colazione

Cura e presenza: così abbiamo abolito la contenzione 

Crimini di guerra, crimini di pace. Franco Basaglia a 100 anni dalla nascita

“Ritorno a Basaglia? La deistituzionalizzazione nella psichiatria di ogni giorno

 

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