Data di pubblicazione: 09/07/2026
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Comunità e Stato sociale. Un investimento sul futuro per il benessere collettivo

Carlo Saitto, Medico di sanità pubblica, è stato direttore del Dipartimento sviluppo organizzativo, Asl Roma 1, Luglio 2026. In, recentiprogressi.it.

Parlare di comunità non è mai stato così popolare come oggi, il welfare di comunità come la medicina di prossimità sembrano diventate ricette a buon mercato per integrare il sociale con il sanitario e per ottenere servizi più efficaci a costi più contenuti. Gli ospedali di comunità, si dice, svilupperanno la sanità territoriale e consentiranno ai centri di eccellenza, alle cattedrali delle competenze e delle tecnologie, di svolgere finalmente il loro ruolo di gestione dei casi complessi senza essere appesantiti dalle carenze nelle cure primarie e dagli accessi impropri al pronto soccorso. È davvero così? Davvero si può ritenere che i problemi del welfare siano in ultima analisi problemi di tipo organizzativo o quantitativo e che la sanità territoriale se ne possa fare carico, senza troppi aggiustamenti, con qualche risorsa in più, attraverso l’erogazione di prestazioni di base a ridotto contenuto tecnico? La risposta a questa domanda non può che essere negativa.

È sempre più evidente che la crisi del Servizio sanitario nazionale (Ssn) dipende soprattutto dalla frammentazione degli interventi, che moltiplica le prestazioni e crea disuguaglianze, e dalle difficoltà di un approccio integrato alla persona, nel suo percorso assistenziale, nel suo contesto sociale e nel sistema di relazioni che la caratterizzano. Un generico richiamo alla medicina di prossimità e al territorio rischia in queste circostanze di produrre il semplice decentramento di risposte che continuano ad essere molecolari e individuali.

Nel prevalere degli “specialismi” si confezionano costantemente etichette che riducono la complessità dei soggetti e delle loro esigenze: l’anziano autosufficiente e quello che non lo è più, il disabile, il malato cardiaco acuto e il cardiopatico cronico, il portatore di un disagio esistenziale e il malato mentale, la richiesta di una risonanza magnetica o di una visita.

Ciascuno esiste per il sistema di welfare solo come domanda o come problema, e non come risorsa.

Ogni condizione diventa autonoma e isolabile e ciascuna si presta a qualche intervento soprattutto se si possiedono mezzi e strumenti per poterlo ottenere. Una ricomposizione unitaria del proprio percorso di malattia è privilegio di pochi e ancora più raramente i destini individuali assumono una dimensione sociale, ciascuno infine esiste per il sistema di welfare solo come domanda o come problema, e non come risorsa.

Rispetto a questa deriva e a questa perdita di senso e di direzione di un sistema di tutela e di garanzia dei diritti che vorrebbe essere universalista, la comunità può rappresentare una risposta e un antidoto se cessa di essere concepita come il semplice luogo decentrato dell’accesso ai servizi e diventa, per dirla in una chiave retoricamente solenne, la protagonista di una evoluzione inclusiva dello stato sociale, si trasforma, insomma, in una “comunità per il welfare” fondata sulla partecipazione dei cittadini.

Per immaginare quale forma possa assumere una comunità per il welfare è forse utile dichiarare in modo esplicito quello che una simile comunità non dovrebbe essere e non dovrebbe diventare. Una comunità per il welfare non può essere un’associazione di bene intenzionati che cercano di supplire alle carenze e ai limiti dello stato sociale; una comunità per il welfare non è l’affermazione di una identità locale o di una pretesa autonomia del piccolo e del periferico che si indova nelle pieghe di istituzioni distratte e ostili. Una comunità per il welfare non è un produttore aggiuntivo di servizi e non può essere l’alternativa a un sistema pubblico di garanzia del benessere e della salute che si ritrae dai suoi obblighi; una comunità per il welfare non è un modello di contenimento della spesa sociale o di quella sanitaria, una comunità per il welfare non sostiene la privatizzazione sociale di un bene comune e non si difende dal mondo che la circonda.

Quello che serve non è una generica comunità degli intenti, ma un organismo sociale sufficientemente stabile.

Volgere in positivo questo lungo elenco di negazioni non significa però delineare semplicemente le caratteristiche di un modello organizzativo della prevenzione e della cura, ma progettare, in una continua interlocuzione tra il protagonismo sociale e le istituzioni, forme nuove e integrate di protezione e di tutela. Quello che serve a questo progetto non è una generica comunità degli intenti, ma un organismo sociale sufficientemente stabile e definito al quale attribuire accanto alle funzioni di advocacy, un potere effettivo di proposta delle politiche e di valutazione del loro impatto.

La comunità per il welfare non può essere immaginata come un livello di produzione di servizi e neppure come lo spazio dell’ascolto e dell’attivismo operoso ma deve diventare il luogo in cui si consolida la conoscenza e l’intelligenza del territorio, dei suoi problemi e delle sue risorse attraverso un processo di pedagogia collettiva che trasformi la molteplicità delle istanze in un progetto coerente di trasformazione.

È su questo progetto di trasformazione che si instaura il rapporto con le istituzioni senza invasioni di campo o confusioni di responsabilità. La decisione finale sulle scelte e sulle azioni da intraprendere rimane a carico della istituzione, ma la discussione diventa una forma di partecipazione creativa nella quale tutti hanno qualcosa da imparare e attraverso la quale migliorano anche decisioni che vengono assunte. Un approccio di questo tipo richiede accanto al coinvolgimento della comunità e al riconoscimento del suo ruolo anche una differente metrica degli obiettivi e dei risultati, e quindi lo sviluppo di indicatori che siano in grado di rappresentare non solo e non tanto i volumi e la qualità degli interventi ma il loro impatto in termini di valore sociale aggiunto e di capitale sociale creato. Se sono le persone che contano con i loro problemi e le loro malattie, ma anche con le loro risorse di competenza di solidarietà e di reciprocità, è dunque la stessa comunità che contribuisce alla cura di sé attraverso l’analisi dei bisogni, la creazione di relazioni e la valutazione dei risultati.

Una comunità forte richiede una istituzione forte.

Certo la comunità ha bisogno della istituzione come attivatore e come strumento ordinatore dell’interesse generale, ma l’istituzione ha bisogno di una comunità intelligente e attiva in grado di costruire e restituire conoscenze non altrimenti disponibili: una comunità forte richiede insomma una istituzione forte. In una simile prospettiva la comunità per il welfare diventa un investimento sul futuro per la crescita del benessere collettivo e per un nuovo patto sociale tra rappresentanti e rappresentati.

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