Data di pubblicazione: 18/07/2026
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Figli e famiglie nel Rapporto 2026 (XXV) dell’INPS

La XXV edizione del Rapporto Inps, appena pubblicata, contiene un interessante capitolo sull’effetto dell’introduzione dell’Assegno Unico Universale sulla fecondità e sull’offerta di lavoro delle donne. Effetti minimi, per ora, ma rivelatori delle difficoltà d’intervento nei comportamenti riproduttivi della popolazione.

Nel 2025 l’INPS, il gigante previdenziale dell’Italia, ha erogato prestazioni per un totale di 425 miliardi di euro pari a quasi un quinto del PIL del paese (18,8% per la precisione). E non si tratta solamente di pensionati, che pure sono 16,2 milioni (il 27% della popolazione), ma anche di persone che ricevono sostegni, sussidi, contributi perché fragili, disabili, in condizioni di grave povertà e precarietà. Spetta all’INPS il compito di gestire la componente maggiore del sistema di welfare del paese. Il XXV Rapporto1 analizza con precisione, profondità ed equilibrio, molti aspetti della società italiana, assai meglio di quanto non facciano gli innumeri rapporti settoriali o globali che gremiscono l’web. Stupisce la scarsa attenzione ai suoi contenuti dei media, e di coloro che alimentano il dibattito culturale e politico sulle sorti della nostra società. 
In questa uscita, Neodemos riporta alcune passaggi del Rapporto riguardanti l’Assegno Unico e Universale per i figli (AUU)2, una misura utile per sostenere la zoppicante demografia del nostro paese. Nell’introduzione, il Presidente dell’INPS, Gabriele Fava, scrive:

L’AUU, componente esile, ma significativa, del sistema3 

La principale misura di sostegno alle famiglie con figli a carico ha erogato, nel 2025, prestazioni per 19,8 miliardi di euro, un livello di spesa sostanzialmente in linea con quello registrato nell’anno precedente. Sul versante dei beneficiari si osserva un lieve ridimensionamento della platea, con una contrazione sia del numero di nuclei familiari raggiunti dalla misura (6,3 milioni, a fronte dei 6,4 milioni del 2024), sia del numero di figli destinatari dell’assegno (circa 10 milioni rispetto ai 10,1 milioni dell’anno precedente). Anche gli importi medi mensili per nucleo risultano stabili, attestandosi in entrambi gli anni su 274 euro (Tabella 2.1), in ragione del contenuto tasso di adeguamento al costo della vita applicato nel 2025, pari a +0,8% per la perequazione degli importi base e delle maggiorazioni, nonché delle fasce ISEE.

La valutazione dell’effetto dell’introduzione dell’AUU sulla fecondità 

  Al fine di considerare un campione di donne che effettivamente possano scegliere di avere un secondo figlio nel periodo considerato (luglio 2020-giugno2024), abbiamo limitato il campione alle madri che avevano un solo figlio prima dell’annuncio della riforma e di età non superiore a 10 anni. Inoltre, abbiamo ristretto l’analisi alle madri che hanno avuto almeno un’occupazione tra il 2012 e il 2019, così da distinguere eventuali aggiustamenti dell’offerta di lavoro dall’ingresso per la prima volta nell’occupazione.
Quando esaminiamo la risposta alla riforma in termini di fecondità, riscontriamo un effetto positivo e statisticamente significativo esclusivamente nel confronto tra il terzo e il secondo quintile dell’ISEE. Per questo gruppo, l’aumento della generosità del beneficio indotto dalla riforma determina un incremento di 0,5 punti percentuali nella probabilità di avere un secondo figlio nel medio periodo, ossia a partire da un anno dopo settembre 2022.
Al contrario, non emergono effetti statisticamente significativi nel confronto tra il primo e il secondo quintile, né nei confronti tra gruppi caratterizzati da un’intensità di trattamento più elevata. Sebbene le stime puntuali per la parte alta della distribuzione dell’ISEE siano generalmente dello stesso segno, esse risultano di entità più contenuta e stimate con scarsa precisione.
Questo andamento suggerisce che la risposta della fecondità alla riforma non sia lineare rispetto all’importo del trasferimento. Una possibile interpretazione è che tra le famiglie con ISEE molto basso, l’aumento potrebbe non essere sufficiente a superare vincoli economici particolarmente stringenti; tra quelle con ISEE più elevato, invece, tali vincoli sono meno rilevanti e il trasferimento aggiuntivo non modifica in modo sostanziale le decisioni di fecondità. Di conseguenza, reagiscono principalmente le famiglie per le quali l’incremento del trasferimento è abbastanza consistente da allentare effettivamente i vincoli finanziari.

Assegno Unico e offerta di lavoro

Per isolare le risposte in termini di offerta di lavoro al beneficio economico derivante dall’AUU dagli effetti legati alla fecondità, abbiamo condotto un’analisi complementare su un campione di madri più anziane, ormai fuori dal principale periodo fertile (di almeno 46 anni al momento dell’annuncio della riforma e già madri di uno o più figli, senza limiti sull’età del figlio maggiore). Su questo campione non emergono effetti né sul margine estensivo (probabilità di lavorare) né su quello intensivo, confermando che le variazioni occupazionali osservate nell’analisi principale sono strettamente legate alle fasi del ciclo di vita in cui fecondità ed esigenze legate ai figli assumono maggiore rilevanza.

I risultati che abbiamo illustrato hanno importanti implicazioni per la progettazione e la valutazione delle politiche familiari. Emerge, infatti, che i trasferimenti monetari legati ai figli possono stimolare la fecondità tra le famiglie con vincoli finanziari, ma possono anche ridurre l’offerta di lavoro materna lungo margini sensibili al reddito non da lavoro. Le politiche volte a contrastare la bassa fecondità e la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro dovrebbero, quindi, tenere conto delle risposte eterogenee e dei possibili trade-off tra i diversi margini di aggiustamento, invece di basarsi esclusivamente sugli effetti medi.

Il rapporto dell’INPS certifica che l’AUU non è certo la panacea per l’asfittica demografia del paese. Le risorse messe in campo sono relativamente modeste (il 4,7% del totale delle prestazioni), gli effetti misurati sulla fecondità minimi (per ora, occorrerà attendere del tempo); il rischio di pesare negativamente sull’offerta di lavoro femminile non trascurabile. Perché, come realisticamente si dice nella relazione introduttiva, il sostegno alla natalità “richiede un ecosistema fatto di lavoro stabile, salari adeguati, servizi all’infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere, accessibilità digitale, prossimità territoriale [dei servizi] e cultura della condivisione”. Vero: ma il fatto positivo è che si è messo ordine nella iniqua giungla delle misure a favore di famiglie e figli, e che giovani donne e giovani uomini sono adesso informati che possono contare su un sostegno stabile (anche se molto modesto) ai loro programmi riproduttivi.   

Note

 1INPS, Rapporto Annuale – XXV, Roma, luglio 2026.

2 Introdotto nel 2021 (legge n. 46/2021). L’Assegno unico e universale è un sostegno economico alle famiglie attribuito per ogni figlio a carico fino al compimento dei 21 anni (al ricorrere di determinate condizioni) e senza limiti di età per i figli disabili. L’importo spettante varia in base alla condizione economica del nucleo familiare sulla base di ISEE valido al momento della domanda.

3INPS, Rapporto, cit. Le citazioni sono tratte dal Cap. 2, pp. 152-164.

Per saperne di più, 

Alessandro Rosina (neodemos 2021) E-book – L’assegno unico e universale per i figli: un e-book sulla novità italiana e il contesto europeo.

Vedi anche

Quanti figli? Tra condizioni socio-economiche e fattori culturali

L'approvazione dell'Assegno Unico e Universale per i Figli. Attori e snodi

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