Data di pubblicazione: 06/08/2026
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Punire gli adolescenti?

, in volerelaluna.it.

Se dovesse passare la proposta di riforma dell’art. 98 del codice penale, uscita dal cilindro del Governo il 23 luglio, dovremmo davvero abbandonare la definizione di minore età, almeno per gli/le adolescenti che attraversano quel tumultuoso periodo della loro vita che va dai 14 ai 18 anni. Infatti, se si presuppone la piena maturità penale per quella fascia di età, cessa ogni differenza rispetto al mondo degli adulti nel considerarli imputabili di un reato. Se ne dovranno però trarre le debite conseguenze dal punto di vista giuridico perché, superata la soglia del 14° anno, dovrà essere riconosciuta all’adolescente anche la piena capacità di agire in tutti gli aspetti della loro vita. Non è, infatti, possibile, contemporaneamente, attribuir loro la piena maturità per la maggiore delle responsabilità – per le sanzioni che ne derivano – e negarla per obblighi e impegni sociali o civili, spesso di relativa o trascurabile importanza, come l’attività sportiva, una gita scolastica o un piercing per i quali s’impone, oggi, l’autorizzazione parentale.

Non nego che verrebbe soddisfatta la mia personale aspettativa di vedere finalmente aperta la strada per sostituire il termine “minorenne” (almeno per quella fascia di età), evocativo di una condizione difettiva e mancante, con quello più fondato, scientificamente e linguisticamente, di “adolescente”. Infatti, etimologicamente, l’adolescente non è un adulto dimezzato ma è colui o colei che “si sta nutrendo” mentre l’adulto è colui o colei che “si è nutrito/a”. Tra i 14 e i 18 anni l’essere umano “si sta nutrendo” nel senso che il suo sviluppo neurobiologico e psicologico non si è ancora completato. Secondo le ricerche più aggiornate possiamo affermare che la maturazione “fisica” del cervello è raggiunta tra i 12 e i 13 anni, durante la pubertà. Ma la capacità di sviluppare processi fondamentali di pensiero operativo-logico non si raggiunge prima dei 18 anni. Inoltre, non certo prima dei 20-25 anni – questi sono i tempi di sviluppo della corteccia prefrontale – acquisiamo un’accettabile abilità di pianificazione anticipatoria, di controllo dei comportamenti, di consapevolezza delle conseguenze a lungo termine, di interpretazione e regolazione delle emozioni.

È proprio in base a queste conoscenze scientifiche della psicologia dell’età evolutiva – e ora anche delle neuroscienze – che gli Stati stabiliscono regole elastiche per accertare in concreto se e quando un adolescente abbia la piena capacità di comprendere la natura illecita del proprio comportamento e di orientare volutamente e consapevolmente i propri atti. Ad esempio, in Olanda nei confronti dei/delle giovani tra i 16 e i 23 anni accusati di aver commesso un reato – trattandosi di una fascia d’età sovrarappresentata nelle statistiche della criminalità – si applica in modo flessibile il diritto penale minorile perché si considera determinante l’età evolutiva e non quella anagrafica. La riforma dell’Adolescentenstrafrecht (legge penale minorile) è stata varata nel 2014 proprio per le ricerche neuroscientifiche sullo sviluppo del cervello tra i giovani adulti. La difficoltà di stabilire soglie rigide per fissare i passaggi dall’irresponsabilità alla responsabilità penale si riflette plasticamente nell’estrema varietà delle soluzioni adottate dai paesi europei. Si parte dai 10 anni per l’Inghilterra e il Galles e dai 12 anni per l’Olanda e la Scozia, si passa ai 13 anni per la Francia fino ai 16 anni per il Portogallo e ai 18 anni per il Belgio. Ovviamente, nei paesi dove addirittura i pre-adolescenti sono chiamati a rispondere penalmente delle loro azioni sono previste misure di protezione e cura, civili o amministrative, non certo il carcere. E, per la stessa ragione, in quelli dove la soglia dell’imputabilità è più alta per chi non l’ha raggiunta si adottano provvedimenti di natura educativa e non detentiva. La soglia più diffusa è però quella dei 14 anni, quella voluta per l’Italia fin dal 1930 e introdotta con il codice penale fascista, ancora oggi in vigore.

Ciò che colpisce nel disegno di legge approvato dal governo è il clamoroso arretramento – una vera e propria inversione di rotta – rispetto allo stesso codice Rocco. E lo si proclama con un grave infortunio culturale che denuncia, ancora una volta, l’incompetenza di alcune massime cariche pubbliche. «Prima si presumeva l’incapacità, oggi si presume la responsabilità» recita il comunicato della Presidente del Consiglio. Il presupposto è falso, non perché sia contrario all’interpretazione della giurisprudenza ma perché è smentito dalla Relazione al Re pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 26 ottobre 1930 (p. 4468): «il sistema prescelto dal codice nuovo non stabilisce alcuna presunzione…Non vi è presunzione né di capacità né di incapacità; ma spetta al giudice convincersi della capacità o dell’incapacità dei singoli soggetti. Il magistrato, quindi, non è costretto a condannare se l’incapacità non è provata (come sarebbe se fosse ammessa una presunzione di capacità), ma può liberamente ritenere (in base al proprio convincimento) non capace l’individuo anche se non sia stata fornita la prova della incapacità».

Ma è incompetenza? O, forse, si tratta di consapevole falsificazione per dare all’opinione pubblica, in modo plateale, la sensazione di voler chiudere i conti con un’epoca di permissivismo con la promessa di garantire fermezza verso i giovani delinquenti? D’altra parte, è proprio così, con semplici parole, che si inganna il tanto amato popolo. Infatti, tutto si può dire tranne che la magistratura minorile abbia largheggiato nel distribuire sentenze di proscioglimento per non imputabilità degli/delle adolescenti. Le statistiche del Dipartimento di giustizia minorile e di comunità – si spera che il Governo le abbia consultate – parlano chiaro: nel 2015, su circa 32.000 segnalazioni delle forze dell’ordine (dati del Ministero dell’Interno) ci sono state solo 100 sentenze per immaturità e nel 2022, rispetto ad altrettante segnalazioni, le sentenze per quella causa sono scese a 74. Il movente della riforma è, pertanto, un altro.

Ma il popolo lo si inganna anche con le menzogne. C’è un passaggio del comunicato della Presidente del Consiglio che sembra copiato da un Rapporto di Antigone: «un ragazzo di quindici o sedici anni che diventa violento o commette reati, quasi mai ci arriva da solo. Molto spesso c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto. Riempire quel vuoto richiede molto lavoro: sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi di aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree più difficili». Così il popolo pensa che la fermezza sia sostenuta da una consapevolezza e dalla volontà di questo Governo di rimuovere le cause che inducono la gioventù a comportamenti violenti, trasgressivi, prepotenti e, in alcuni casi, persino brutali. Ma è fumo negli occhi perché, ancora una volta, le modifiche apportate al codice penale in senso restrittivo sono completate dalla clausola dell’invarianza finanziaria (art. 3) in modo che a carico della finanza pubblica non possano derivare nuovi o maggiori oneri. Di conseguenza, la maggiore severità che dovrebbe derivare dalla fine della presunzione di non imputabilità, con applicazione delle sanzioni più dolorose, carcere compreso, non sarà compensata da un lavoro sulle radici della violenza. Mentre la spesa militare per armi in Italia ha messo il turbo (altri 130 miliardi entro i prossimi 15 anni), per i ragazzi e le ragazze, le cui vite rischiano di essere compromesse da interventi punitivi, neppure un euro.

Iacopo Benevieri, un avvocato penalista noto anche per le sue competenze linguistiche e nella vasta area della comunicazione, ha sintetizzato l’approccio governativo al fenomeno della delinquenza degli adolescenti rispolverando il motto degli Arditi: “me ne frego”. Per loro, però, il disprezzo era rivolto alla morte e al pericolo. Qui il disprezzo è rivolto al popolo degli adolescenti. «La giustizia – scrive Benevieri – assume qui il lessico della riscossione crediti. Dunque “Me ne frego”: me ne frego di sapere chi sia quell’adolescente, quale sia il suo grado di maturità, dentro quale famiglia, quartiere, gruppo o abbandono sia cresciuto. Ha contratto un debito con l’ordine pubblico e lo Stato passa alla cassa».

Qual è, allora, la ragione di questa attenzione repressiva verso i giovani? Forse la mano governativa non intendeva puntare tanto il dito sull’applicazione dell’art. 98 del codice penale. L’introduzione della presunzione di imputabilità dei quattordicenni potrebbe essere un semplice pretesto, un gioco di sponda neppure troppo nascosto. L’argomento che spiega il senso della riforma, come si conviene ad una repubblica populista, non lo si ritrova nei lavori preparatori di un testo di legge ma nel proclama mediatico che incita alla pugna: «chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare. Sempre. Anche se ha quindici o sedici anni» – così il comunicato della Presidente del Consiglio. Chiariamo il punto: se sono così poche le sentenze per immaturità lo si deve, anche, alla progressiva introduzione di misure idonee ad accompagnare il/la giovane lungo un tracciato – a volte tortuoso – di responsabilizzazione. La messa alla prova e i programmi di giustizia riparativa sono gli strumenti ideali per favorirla. Ma sono impegnativi e necessitano di tempo e risorse umane. Per il Governo, evidentemente, sono dispositivi incompatibili con l’idea di far “pagare” agli adolescenti i loro illeciti. Qual è, allora la moneta con cui possono sdebitarsi agli occhi di chi ci governa. È sempre il comunicato a fornirci la risposta: “arresti”, “norme severe”, “pene più dure”. Il messaggio al popolo è: chi sbaglia paga e si paga con pene severe. Il messaggio alla magistratura minorile è: l’imputabilità va intesa come punibilità.

Ma, questo messaggio, carico di paura verso l’adolescenza, si fonda su qualche realistica preoccupazione per un reale aumento di comportamenti violenti? Chi lo afferma mette in evidenza alcuni dati (fonti ISTAT e Sole24ore) non contestabili nella loro crudezza formale: le denunce complessive contro i “minorenni” sono cresciute nel 2024 del 16,7% rispetto all’anno precedente, i tentati omicidi del 26%, le violenze sessuali del 25%, le rapine del 10,3%. Se però allarghiamo lo sguardo per abbracciare gli ultimi vent’anni è facile scoprire come negli anni precedenti (2021, 2022 e 2023) il numero delle denunce è stato pari o inferiore alle denunce di tutti gli anni precedenti. Chi studia le carte della criminalità sa bene che un aumento, soprattutto se improvviso ed eclatante delle segnalazioni, non è tanto significativo del fenomeno criminale quanto piuttosto della propensione alla denuncia, sia da parte dei privati che da parte delle forze dell’ordine. E, nel nostro caso, come osserva Antigone nel suo rapporto sulla giustizia minorile “Io non ti credo più”, il pensiero va, innanzitutto agli effetti del cd. decreto Caivano entrato in vigore nel 2023 e che ha determinato un immediato aumento della carcerazione minorile e l’applicabilità di sanzioni di polizia anche ai minori degli anni 14. Tra l’altro, il 2024 non ha registrato un aumento significativo delle prese in carico da parte degli uffici di servizio sociale per i minorenni rispetto al 2023: a dimostrazione del fatto che, forse, più dei reati aumentano le segnalazioni.

Ma per spiegare questi numeri e non limitarsi a delle ipotesi vale la pena – seguendo il consiglio di Antigone – guardare altrove. E lo sguardo rimane impigliato, innanzitutto, sulla crescita delle persone che vivono in famiglie in povertà assoluta e questa crescita, guarda caso, è più potente proprio nella fascia 0-17 anni. Se poi volgiamo lo sguardo all’indice di salute mentale tra il 2016 e il 2024 scopriamo che il benessere, moderatamente in crescita nella popolazione generale, peggiora tra i più giovani e l’uso degli psicofarmaci è praticamente raddoppiato nello stesso periodo di tempo nella popolazione pediatrica. Per tacere dei tagli alle risorse un tempo dedicate all’accoglienza e all’inserimento nel nostro paese dei minori stranieri non accompagnati. Non da ultimo, per cercare di spiegare questi dati, dovremmo considerare anche gli effetti della pandemia sulla generazione entrata nell’adolescenza all’epoca delle prolungate chiusure degli spazi dedicati alla vita collettiva e alla socialità. E, da ultimo, questo Governo dovrebbe essere soprattutto consapevole dei danni provocati dalla glorificazione della violenza in tutte le sue forme, dalla legittimazione dell’uso della forza per la tutela dei propri beni personali e materiali alla proposta del modello militaresco all’interno dei sistemi educativi. Nella solitudine in cui viene lasciata l’infanzia e l’adolescenza non c’è da stupirsi che l’autotutela diventi l’unica modalità conosciuta per realizzarsi, in qualche modo.

È un dato che non può passare inosservato: la maggioranza che attualmente ci governa addita al popolo elettore la necessità di presumere l’imputabilità dei cittadini di domani nello stesso momento in cui oppone – anche di fronte alle più ignobili nefandezze – l’immunità degli eletti nei propri ranghi e assurti alle cariche pubbliche più elevate. Ai quattordicenni si chiede di “pagare sempre”. Ai loro governanti, quasi mai. È questa l’unica vera lezione di responsabilità che l’Italia si appresta a impartire alla propria adolescenza.

Anche per questo occorre uno sforzo utopistico che ripensi una giurisdizione per i bambini e gli adolescenti misurata sulle sfide di questo terzo millennio. Una giustizia minorile al passo coi tempi non può più limitarsi a conoscere i loro diritti rispetto all’esercizio della responsabilità genitoriale nel settore civile o a garantirli nelle procedure penali o amministrative per l’irregolarità della loro condotta. La qualità della vita dei bambini e degli adolescenti è oggi segnata dall’esercizio di poteri pubblici e privati mille volte più pericolosi di un genitore inidoneo. L’istituzione di un’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza è un pannicello caldo che non fa che confermare l’urgenza di una giurisdizione realmente incisiva a tutela di uomini e donne nella fase più delicata della loro formazione. Forse la questione è proprio questa: non si tratta più di “salvare i bambini”, perché è una prospettiva che li conferma come soggetti passivi e colpevolizza oltre misura chi li genera; si tratta di offrire loro un protagonismo sociale di cui una nuova autorità possa essere un interprete fiduciario dotato di adeguati poteri.

Vedi anche, Carceri. Antigone: Dal decreto Caivano il sistema della giustizia minorile è in crisi

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