Scuola inclusiva: il più grande investimento in democrazia e pace Anna Granata muovendo dalla considerazione che la scuola democratica rappresenta un’infrastruttura fondamentale per un paese che voglia vivere in pace e democrazia sostiene che i problemi della scuola italiana non derivano dall’inclusione, ma soprattutto dalla carenza di risorse. Secondo Granata per dare risposta a quei problemi scuola servono classi meno numerose, adeguamento degli stipendi dei docenti agli standard europei e riconoscimento dei pieni diritti di cittadinanza per gli studenti con background migratorio. In, eticaeconomia.it. C’è una donna che nel luglio del 1946 aveva compreso come la ricostruzione dell’Italia non potesse essere soltanto economica. Si chiamava Bianca Bianchi, era una delle 21 donne su 556 deputati eletti all’Assemblea costituente e, prima ancora che parlamentare, era un’insegnante. Figlia di una famiglia contadina toscana, orfana di padre, Bianchi aveva dovuto lottare con ogni mezzo per poter studiare, aveva conosciuto l’esilio durante il fascismo e partecipato attivamente alla Resistenza, per poi essere eletta all’Assemblea costituente. Quando, il 22 luglio 1946, prese la parola in aula, il Paese era alle prese con le macerie della guerra e con la difficoltà a reperire le risorse finanziarie per ricostruire il paese. Il ministro del Tesoro aveva appena finito di illustrare la situazione finanziaria. Con grande coraggio e sotto gli sguardi scettici e giudicanti di molti colleghi deputati, Bianca Bianchi aveva deciso di parlare di scuola, con parole forti che conquistarono l’uditorio: «Il nostro Paese […] non ha soltanto da rifare la sua economia distrutta e non ha soltanto da ricostruire le sue case; deve far risorgere tante altre ricchezze, tanti altri valori negati o sepolti nella coscienza umana, deve ricreare l’unità e la libertà nelle coscienze» (Intervento nella seduta del 22 luglio 1946, in Atti dell’Assemblea Costituente, p. 220). L’intuizione di Bianca Bianchi era semplice e al contempo radicale: non può esserci ricostruzione democratica senza una scuola capace di coltivare nelle menti di tutti l’habitus del cittadino democratico. La scuola non è un settore tra gli altri, né soltanto un servizio da finanziare ma un’infrastruttura fondamentale della democrazia. Da insegnante conosceva però la distanza tra questo principio e le condizioni concrete in cui la scuola italiana versava. Chiedeva quindi migliori condizioni economiche per i docenti, una formazione pedagogica adeguata, il superamento di metodi autoritari e trasmissivi, e una scuola capace di contrastare l’analfabetismo e le disuguaglianze sociali. In altre parole, chiedeva di investire nella scuola perché attraverso l’istruzione si potesse investire nella libertà e nell’uguaglianza di cittadini e cittadine. Quasi ottant’anni dopo, quella domanda conserva tutta la sua attualità: quali risorse siamo disposti a destinare alla scuola perché possa svolgere davvero la sua funzione democratica e inclusiva? Ho aperto con questo fatto storico il mio volume La scuola inclusiva ha fallito (Collana fact checking, Laterza, 2026). Un libro che ha lo scopo di sfatare una fake news storica oggi molto in auge: ovvero l’idea che tutti i mali della scuola pubblica italiana provengano dal suo carattere inclusivo, sancito dalla Costituzione italiana (art. 34, “La scuola è aperta a tutti”). La scuola italiana è stata privata negli ultimi vent’anni da scellerati tagli finanziari che la hanno ridotta a un sistema affaticato, precario, privo di risorse essenziali e umane che possano tenere in piedi non solo il progetto inclusivo ma il progetto stesso di scuola pubblica e democratica. Pensare che i problemi dell’istituzione scolastica provengano dal suo carattere inclusivo è a tutti gli effetti un falso storico, in realtà l’avanguardia pedagogica italiana è nata tutta da sperimentazioni messe in atto nella scuola democratica ad opera di insegnanti che hanno saputo trasformare l’eterogeneità delle nostre classi in leva per l’innovazione pedagogica. Sono stati proprio i contesti più difficili – le classi caotiche, i bambini senza famiglia, i figli degli immigrati, i ragazzi con disabilità – a spingere i migliori insegnanti verso le sperimentazioni più radicali e innovative: le scuole dell’infanzia di Reggio Children, nate tra le macerie del dopoguerra e divenute un modello riconosciuto in tutto il mondo (Edward et al., 2017); il lavoro di Anna Maria Melli ed Ernesto Codignola con gli orfani di guerra a Firenze (Codignola A., E., 2025); il tempo pieno ideato dai maestri torinesi per i figli degli immigrati dal Sud (Nino Costa, 1985); le battaglie che portarono all’apertura delle classi comuni ai bambini con disabilità, mentre Franco Basaglia apriva le porte degli ospedali psichiatrici; la televisione di Alberto Manzi, che raggiunse milioni di adulti analfabeti (Farné, 2024); la scuola di Barbiana, dove don Milani insegnava ai figli dei contadini non soltanto a leggere, ma a comprendere il mondo (Scuola di Barbiana, 1967). Esperienze nate ai margini e nelle situazioni più fragili, capaci però di anticipare il futuro: hanno ispirato le grandi riforme degli anni Sessanta e Settanta e, ancora oggi, continuano a sopravvivere – nonostante l’erosione delle risorse in istruzione – nelle aule di tutta la penisola. La scuola è tornata, negli scorsi mesi e settimane, al centro del dibattito politico e mediatico. Dopo l’intervento di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera (“Parlare (davvero) di scuola”, Corriere della Sera, 28 lug. 2026), il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha annunciato nuovi interventi: dal divieto di burqa e niqab a scuola ai corsi di italiano per alcuni genitori stranieri, fino a nuove regole sulla composizione delle classi. Il Consiglio dei ministri del 24 settembre ha inoltre approvato con decreto-legge l’introduzione, dall’anno scolastico 2027/28, di un limite del 30% per la presenza di determinati alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime della primaria, con deroghe e risorse aggiuntive per il potenziamento dell’italiano. Su questi temi è necessario evitare semplificazioni. La presenza di studenti con background migratorio è ormai una componente strutturale della scuola italiana, se teniamo conto che fin dai primi anni Novanta questi alunni hanno cominciato a popolare diffusamente la nostra scuola. Ma cittadinanza, origine familiare, luogo di nascita e competenza linguistica non sono la stessa cosa. Secondo i dati forniti dallo stesso Ministero dell’istruzione e del merito, due su tre, di questi alunni con cittadinanza non italiana, sono nati in Italia e hanno frequentato la scuola italiana fin dall’infanzia. Il “sorpasso delle seconde generazioni”, definito tale da fondazione Agnelli fin dall’anno scolastico 2009/2010, descrive una popolazione scolastica priva dei diritti di cittadinanza ma pienamente inserita nel contesto scolastico e sociale (Molina, Fornari, 2010). Il limite del 30% per classe era già previsto, «di norma», dalle indicazioni ministeriali del 2010, per evitare la diffusione di “classi ghetto” e non si comprende l’urgenza di trasformare questa indicazione in legge, in un contesto di ulteriore diminuzione della presenza di alunni neoarrivati. Il problema che la norma cerca di affrontare è reale in alcuni contesti urbani: esistono scuole e classi nelle quali si concentra una quota elevata di studenti appena arrivati e con una conoscenza limitata dell’italiano, ma la redistribuzione degli alunni non può essere considerata una soluzione. La concentrazione scolastica riflette spesso quella abitativa, la struttura dei quartieri e le disuguaglianze economiche. E soprattutto il limite del 30% non è uno strumento applicabile indistintamente a tutte le realtà: deroghe e condizioni territoriali rendono evidente che occorre intervenire sulla capacità delle scuole di accogliere classi linguisticamente e socialmente eterogenee. Un discorso analogo vale per la questione del burqa e del niqab. È una questione seria, anche se riguarda numeri minimali, perché la scuola deve poter garantire a ogni ragazza la possibilità di frequentare, apprendere, costruire relazioni, conoscere i propri diritti e sviluppare progressivamente la propria autonomia. La riconoscibilità del volto può essere affrontata per ragioni concrete di identificazione, sicurezza e relazione educativa, ma il punto non è vietare ma supportare percorsi educativi volti a favorire libertà ed emancipazione delle ragazze. La domanda educativa è: come facciamo a tenere queste ragazze dentro la scuola? Se l’obiettivo è favorirne l’emancipazione e la libertà, la scuola deve essere prima di tutto un luogo nel quale possano entrare in relazione con altri, apprendere, conoscere i propri diritti e acquisire progressivamente gli strumenti per esercitare la propria autonomia. Un intervento che producesse, anche indirettamente, l’allontanamento dalla scuola rischierebbe di indebolire proprio la possibilità di raggiungere quell’obiettivo. Infine, c’è la questione dell’italiano. Conoscere la lingua di scolarizzazione è fondamentale soprattutto per i bambini e i ragazzi, perché è attraverso l’italiano che apprendono le diverse discipline e partecipano pienamente alla vita scolastica. Ma se si ritiene importante che anche i genitori stranieri apprendano l’italiano, occorre offrire concretamente la possibilità di frequentare corsi gratuiti, accessibili e compatibili con gli orari di lavoro e di cura dei figli. Qui il riferimento dovrebbe essere innanzitutto ai CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti), deputati, tra l’altro a offrire percorsi di istruzione e alfabetizzazione agli adulti, ma che da anni si trovano a operare con risorse insufficienti rispetto ai bisogni. Se davvero si vuole favorire l’apprendimento dell’italiano da parte dei genitori, è su questi servizi che occorre investire, per davvero. Nell’attuale contesto politico non sembra esserci l’intenzione reale di migliorare il sistema di istruzione, quanto di ricercare capri espiatori in categorie di alunni e di famiglie, imponendo regole inapplicabili e togliendo fiducia al corpo docenti e alle scuole. Una classe politica che abbia a cuore le sorti della scuola dovrebbe mettere in campo, da subito e non con una previsione che vada oltre il mandato del governo, risorse finanziarie volte a sostenere la più grande infrastruttura della democrazia. Solo spostandosi dai simboli e dai discorsi demagogici alle risorse, si può essere credibili agli occhi dei cittadini. Su queste pagine vorrei lanciare tre proposte concrete per investire (per davvero) nella scuola democratica: (1) meno studenti per classe, anche in virtù del calo demografico, dove sia possibile personalizzare gli apprendimenti e accompagnare ciascuno studente verso il successo scolastico: il progetto di scuola inclusiva ha bisogno di piccoli gruppi eterogenei di lavoro, basati su metodi didattici cooperativi, dove vi sia una logica di personalizzazione degli apprendimenti che è uno dei fiori all’occhiello della didattica inclusiva; (2) più valore ai docenti, in termini sia di adeguamento degli stipendi agli standard europei sia di valorizzazione del lavoro cooperativo e collegiale che consente di valorizzare talenti e titoli di ciascun docente: la copresenza alla scuola primaria di più docenti per classe, è stata una delle vittime dei tagli alla spesa pubblica in istruzione, che andrebbe ripristinata e valorizzata, se si ha a cuore una scuola inclusiva e di qualità; (3) diritti di cittadinanza, anche sul modello dello ius scholae evocato da svariate proposte di riforma della legge sulla cittadinanza, per smettere definitivamente di considerare stranieri gli alunni e le alunne nati o cresciuti nel nostro Paese; riformare la legge 91/1992 sulla cittadinanza, che di fatto ricalca un disegno di legge del 1912, è una battaglia di civiltà fondamentale ma anche il più ragionevole investimento nel nostro futuro. Le proposte di riforma basate sullo ius schola (tra cui Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza, relatore: G. Brescia. Testo presentato all’Assemblea il 29 giugno 2022) e secondo cui ogni alunno che abbia frequentato per almeno cinque anni la scuola in Italia possa accedere ai diritti di cittadinanza, non solo darebbe diritti fondamentali e dovuti a questi bambini e ragazzi ma riconoscerebbe il ruolo fondamentale della scuola nel coltivare l’habitus del cittadino democratico. A distanza di ottant’anni dal discorso di Bianca Bianchi, la sfida della scuola resta in fondo sempre la stessa: capire che il futuro di un Paese si costruisce aumentando la spesa pubblica in istruzione e valorizzando il prezioso lavoro dei nostri docenti. La questione in gioco è il futuro di tutti: la scuola immaginata dai nostri padri e madri costituenti è, per il suo carattere inclusivo, il più potente antidoto alla dittatura e alla guerra. Vedi anche Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza. Scuola e inclusione: dico la mia Quota 30 per cento di stranieri nelle classi? Facile a dirsi, difficile a farsi --------------- LEGGI LA RICHIESTA DI SOSTEGNO del Gruppo Solidarietà Altri materiali nella sezione documentazione politiche sociali La gran parte del lavoro del Gruppo è realizzato da volontari, ma non tutto. Se questo lavoro ti è utile PUOI SOSTENERLO CON UNA DONAZIONE e CON IL 5 x 1000.