Aule dedicate agli studenti con disabilità: ma cosa ne pensa davvero la scuola? di Enrico Palladino, Osservatorio Scolastico per l’Inclusione dell’AIPD (Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down), in superando.it. Come dimostra anche la corretta interpretazione di un’indagine condotta dall’Osservatorio Scolastico per l’Inclusione dell’Associazione AIPD, che ha interpellato diverse figure del mondo scolastico, un’aula può essere inclusiva o escludente non per come è chiamata, ma per come viene pensata e vissuta. E la domanda più onesta da fare non è “servono o no le aule dedicate?”, ma “la nostra scuola è in grado di usare gli spazi come strumenti di inclusione, senza trasformarli in confini?” Negli ultimi anni il tema delle aule dedicate a studenti e studentesse con disabilità è tornato con forza nel dibattito educativo. Spazi pensati per il sostegno individuale, la decompressione emotiva o il lavoro in piccolo gruppo possono rappresentare una risorsa importante, ma sollevano anche interrogativi profondi: sono strumenti di inclusione o rischiano di trasformarsi in forme di segregazione? Il nostro Osservatorio [Osservatorio Scolastico per l’inclusione dell’AIPD-Associazione Italiana Persone con Sindrome di Down, N.d.R.] ha sottoposto un questionario a diverse figure del mondo scolastico, docenti di classe, docenti di sostegno (con e senza specializzazione) e dirigenti scolastici. Grazie dunque alle oltre 590 risposte ricevute, possiamo offrire uno spaccato interessante e, per certi versi, sorprendente [la relativa panoramica delle risposte è disponibile a questo link, N.d.R.], secondo il quale, nel complesso, i dati mostrano che una maggioranza dei rispondenti si dichiara favorevole all’esistenza di aule dedicate agli alunni con disabilità, sebbene con differenze significative tra le categorie professionali [a questo link la relativa tabella con le risposte divise per categoria, N.d.R.]. Sarebbe tuttavia un errore leggere questi numeri in modo semplicistico. Favorevoli… a che cosa, esattamente? Il paradosso della specializzazione Il punto di vista dei dirigenti scolastici Oltre il “sì” e il “no” Vedi anche Tra scorciatoie e responsabilità: la sfida della formazione degli insegnanti di sostegno ..................... LEGGI LA RICHIESTA DI SOSTEGNO del Gruppo Solidarietà Altri materiali nella sezione documentazione politiche sociali. La gran parte del lavoro del Gruppo è realizzato da volontari, ma non tutto. Se questo lavoro ti è utile PUOI SOSTENERLO CON UNA DONAZIONE e CON IL 5 x 1000. Clicca qui per ricevere la nostra newsletter.
Mi si conceda a questo punto una “riflessione lessicale”. Queste aule sono spesso chiamate impropriamente “aulette di sostegno”, due termini che, messi insieme, creano un sintagma nominale su cui bisognerebbe riflettere: l’utilizzo del diminutivo che tende a suggerire non solo “aule piccole”, ma aule considerate meno dignitose o meno importanti rispetto alle altre; e il complemento di specificazione “di sostegno” quanto rischia di ridursi al “del sostegno” inteso come collega che si deve “occupare” degli alunni con disabilità e non “a sostegno” degli alunni con disabilità?
Ritorniamo in ogni caso alla quaestio che mi ha spinto a scrivere questo articolo e per provare a rispondere alla domanda iniziale, è utile partire non da posizioni ideologiche, ma dai dati.
A colpire è soprattutto il dato relativo ai docenti di sostegno senza specializzazione: oltre tre su quattro si dicono favorevoli. Seguono, con percentuali molto simili, i docenti di sostegno specializzati e i dirigenti scolastici, mentre i docenti di classe risultano i meno favorevoli, pur mantenendo una maggioranza relativa.
La domanda del questionario chiedeva un giudizio sulla presenza di aule dedicate esclusivamente agli alunni con disabilità, ma l’analisi incrociata delle risposte chiuse con quelle aperte mostra un elemento chiave: la parola “favorevole” non significa, per la maggior parte dei partecipanti, approvare una separazione stabile e sistematica dal gruppo classe. Molti rispondenti, infatti, chiariscono che l’aula dedicata ha senso solo:
° in momenti specifici (crisi, sovraccarico sensoriale, bisogno di tranquillità);
° per disabilità particolarmente gravi o complesse;
° come spazio flessibile, non destinato esclusivamente e permanentemente a un singolo studente;
° come risorsa accessibile, in alcuni casi, anche ad altri alunni.
In altre parole, l’aula dedicata viene spesso pensata non come “luogo alternativo alla classe”, ma come strumento aggiuntivo, integrato in una progettazione inclusiva più ampia.
Come già adombrato, vi è un dato che merita particolare attenzione: i docenti di sostegno con specializzazione risultano meno favorevoli alle aule dedicate rispetto ai colleghi senza specializzazione (65,5% contro 75,2%).
Questo scarto è significativo e suggerisce una possibile chiave di lettura: chi ha una formazione più approfondita sui temi dell’inclusione tende a essere più cauto rispetto a soluzioni che rischiano di istituzionalizzare la separazione. Nelle risposte qualitative, infatti, i docenti specializzati richiamano spesso:
° il rischio di ritornare, sotto altre forme, a modelli segreganti;
° la possibilità che l’aula dedicata diventi un “alibi organizzativo”;
° la perdita di occasioni di apprendimento sociale e relazionale all’interno del gruppo classe.
Questo non significa rifiutare ogni spazio diverso dall’aula, ma piuttosto interrogarsi su come, quando e perché tali spazi vengano utilizzati.
Dal canto loro, i dirigenti scolastici mostrano una percentuale di favorevoli (64,9%) molto vicina a quella dei docenti di sostegno specializzati. Anche in questo caso, le risposte evidenziano una posizione intermedia: attenzione ai bisogni concreti, ma consapevolezza dei rischi.
Dal punto di vista gestionale, disporre di spazi dedicati può facilitare:
– l’organizzazione dei supporti,
– la gestione di situazioni complesse,
– il dialogo con le famiglie e i servizi.
Tuttavia, emerge chiaramente l’idea che nessuno spazio, da solo, possa garantire inclusione, se non è sostenuto da una cultura condivisa, da una progettazione collegiale e da una formazione continua del personale.
Ciò che questi dati ci dicono, in definitiva, è che la scuola non è divisa tra favorevoli e contrari, ma attraversata da una riflessione più profonda e matura.
Il vero nodo non è l’esistenza o meno di un’aula dedicata, ma il significato educativo che attribuisce ad essa; l’uso concreto che se ne fa; l’integrazione (o meno) di essa nel progetto educativo e nel PEI (Piano Educativo Individualizzato); la capacità della scuola di evitare che lo spazio diventi etichetta.
In sostanza, un’aula può essere inclusiva o escludente non per come è chiamata, ma per come viene pensata e vissuta. Alla luce di questi dati, quindi, la domanda più onesta non è probabilmente “servono o no le aule dedicate?”, ma “la nostra scuola è in grado di usare gli spazi come strumenti di inclusione, senza trasformarli in confini?”.
Rispondere a questa domanda richiede meno slogan e più formazione, meno soluzioni standard e più progettazione condivisa. Ed è proprio qui che il dibattito sulle aule dedicate può diventare un’occasione preziosa per ripensare, ancora una volta, il significato profondo dell’inclusione scolastica.