Con la passione i lavoratori del sociale non pagano l’affitto? Vero, ma la soluzione è la rigenerazione del Terzo settore di Paolo Venturi, in vita.it. «Il Terzo settore deve riprendere la parola non per autotutelarsi, non per rivendicare risorse, ma per portare nel dibattito pubblico, con forza e con la credibilità di chi opera sul campo, una visione di società che né il mercato né lo Stato da soli riescono ad articolare. La chiave di volta sta in questo protagonismo». L'intervento del direttore di Aiccon. «La passione non paga l’affitto». Con questa frase, semplice e spietata, si apre la ricerca presentata alla Civil Week di Milano da Goodpoint realizzata con Confcooperative e Forum Terzo Settore. I numeri che seguono sono eloquenti: quasi la metà delle organizzazioni valuta negativamente le opportunità di formazione interna, il turnover non è più solo esaurimento ma, come scrivono i ricercatori, “shock da impatto”, ovvero il divario tra le aspettative valoriali con cui si entra e la realtà economica e organizzativa che si trova. Un settore che occupa oltre 860mila lavoratori retribuiti e rappresenta un pilastro insostituibile del welfare nazionale mostra crepe che non sono congiunturali. La diagnosi è in larga parte condivisibile. Mi fermo sulla terapia. Più formazione, migliore comunicazione interna, presidio hr. Sono interventi utili ma rischiano di impattare solo sulle conseguenze, non sulle cause. Palliativi, per quanto ben calibrati. Le cause stanno nel rapporto con la committenza pubblica, nel modello di governance, nel modo in cui il settore si racconta a sé stesso e alla società. Richiedono una risposta più profonda: come ci ha insegnato Edgar Morin, ciò che non si rigenera, degenera. Non si tratta di salvare il Terzo settore, si tratta di capire se ha la volontà e la lucidità di rigenerarsi. Il paradosso è che mai come oggi ne avrebbe tutte le ragioni. Le grandi trasformazioni in corso, demografica, ecologica, digitale, geopolitica, rendono il Terzo settore non solo utile ma strutturalmente necessario; come diceva Claudia Fiaschi, c’è un “terzo” nella società che non è né Stato né mercato, e in questa fase storica è chiamato a fare la differenza. La domanda è: è attrezzato per farlo? Il primo equivoco da sciogliere riguarda la partecipazione. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato un’ossessione per la partecipazione come atto in sé: più tavoli, più consultazioni, più co-design. Ma non basta partecipare: l’attivazione deve diventare impatto. Una partecipazione che non trasforma le condizioni materiali delle persone e dei territori è un consumo di energie sociali, non un investimento. Peggio: genera aspettative che si incrinano in cinismo. La vera domanda non è quante persone coinvolgiamo, ma quanto cambia la vita delle comunità grazie a quel coinvolgimento. Questo richiede un salto: dalla partecipazione come processo alla partecipazione come architettura di potere condiviso. Il Terzo settore deve smettere di essere un facilitatore neutrale e tornare a essere un soggetto con una proposta, culturale, politica, organizzativa. Non per contrapporsi alle istituzioni, ma per portare al tavolo ciò che solo lui può portare: la conoscenza viva dei bisogni, la fiducia delle comunità, la capacità di generare cambiamento dal basso. Il “volontariato liquido”, flessibile, episodico, senza appartenenza stabile, è un fenomeno reale. Risponde a trasformazioni sociologiche profonde: individualizzazione dei percorsi di vita, mobilità, frammentazione del tempo. Ignorarlo sarebbe ingenuo. Ma presentarlo come innovazione del modello associativo è sbagliato: è la fotografia di una crisi di senso, non la sua risposta. Il Terzo settore tiene insieme il Paese, ma chi tiene insieme il Terzo settore quando la passione non basta più? Questa domanda è rimasta senza risposta sistematica. La risposta non può essere adattarsi alla liquidità come a un destino. Deve essere costruire nuove forme di appartenenza generativa: organizzazioni che siano comunità di pratica e di significato, luoghi in cui il contributo individuale, anche breve, anche parziale, si connette a un progetto collettivo riconoscibile. La biodiversità istituzionale che caratterizza il nostro Terzo settore, cooperative sociali, associazioni, fondazioni di comunità, imprese sociali, non va uniformata verso modelli leggeri e scalabili: va curata come ecosistema. Quella varietà di forme non è un’inefficienza storica: è una ricchezza civile. L’isomorfismo organizzativo, la tendenza a somigliare sempre di più alla PA o al mercato per ottenere legittimità e risorse, è una delle minacce più silenziose che il settore attraversa. La stagione della coprogrammazione e coprogettazione aperta dalla riforma del Codice del Terzo settore ha rappresentato una promessa forte: superare la logica dell’esternalizzazione, costruire welfare comunitario come atto collettivo. In molti territori si è realizzata. Ma la coprogettazione non può diventare la maschera degli appalti. Quando si avvia una coprogettazione senza coprogrammazione, quando il servizio è già definito a monte, quando si chiede alle cooperative di replicare ciò che già esiste con una veste procedurale diversa, si produce un isomorfismo che distrugge valore invece di crearlo. Le imprese sociali si adeguano ai ritmi della pubblica amministrazione e perdono autonomia progettuale, identità mutualistica, funzione trasformative: nascono come soggetti che cambiano le cose ma poi rischiano di diventare soggetti che le gestiscono. La ricetta non è abbandonare la coprogettazione, anzi.. ma moltiplicare gli strumenti come i partenariati territoriali di lungo periodo, clausole sociali che valorizzino il contributo aggiuntivo, finanza d’impatto orientata alla trasformazione. Senza questa pluralità, la coprogettazione, pensata per aprire spazi, rischia di diventare un recinto. C’è un nodo che il dibattito sulla crisi del Terzo settore sistematicamente aggira. È il lavoro. Se il salario non riconosce il valore creato, i lavoratori spariscono. La ricerca di Goodpoint lo conferma: il senso di comunità e il clima relazionale positivo compensano oggi le carenze economiche e organizzative, ma come avvertono gli stessi ricercatori, si tratta di una risorsa non infinita. Quando si esaurisce, non rimane nessuna leva. Chiediamo ai lavoratori della cura di produrre valore relazionale, comunitario, trasformativo, competenze che richiedono anni di costruzione e che non si possono standardizzare e li remuneriamo come se svolgessero mansioni intercambiabili. La risposta richiede coraggio politico: contrattazione di secondo livello legata all’impatto prodotto, riconoscimento del valore aggiunto relazionale, politiche salariali che trattino i servizi di cura come infrastrutture strategiche del paese, non come spese residuali da comprimere nei capitolati. Il filo che attraversa tutti questi nodi è uno: il Terzo settore deve riprendere la parola non per autotutelarsi, non per rivendicare risorse, ma per portare nel dibattito pubblico, con forza e con la credibilità di chi opera sul campo, una visione di società che né il mercato né lo Stato da soli riescono ad articolare. Rigenerarsi, nel senso che Morin attribuisce al termine, non significa tornare a com’era. Significa riattivare le capacità generative che il settore possiede, radicamento territoriale, fiducia comunitaria, orientamento al lungo periodo, adattandole alle trasformazioni in corso. Significa valutare con onestà ciò che ha funzionato e ciò che no. Significa formare una nuova generazione di dirigenti e progettisti che sappiano tenere insieme qualità del lavoro, sostenibilità economica e innovazione sociale. Le comunità che quotidianamente attraversano i servizi del Terzo settore non hanno bisogno solo di un’offerta: hanno bisogno di infrastrutture sociali popolari, fondate su legami forti e capacità imprenditiva. Chi può costruirle, se non chi lo fa già, ogni giorno, in ogni territorio del Paese? La rigenerazione non è un lusso. È la condizione per restare all’altezza del momento. Vedi anche Amministrazione condivisa e terzo settore in Italia. Siamo sicuri ne valga la pena? Volontariato, terzo settore e politiche sociali in Italia --------------------------- LEGGI LA RICHIESTA DI SOSTEGNO del Gruppo Solidarietà Altri materiali nella sezione documentazione politiche sociali. La gran parte del lavoro del Gruppo è realizzato da volontari, ma non tutto. Se questo lavoro ti è utile PUOI SOSTENERLO CON UNA DONAZIONE e CON IL 5 x 1000.
Partecipare non basta: l’attivazione deve diventare impatto
Il volontariato liquido non è la soluzione: è il sintomo
La coprogettazione serve. Ma va usata bene
Il lavoro di cura non riconosciuto è la contraddizione irrisolta
Rigenerarsi significa riprendere la parola
