Contro la scuola di classe (a margine della “riforma dei tecnici”) Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società, in, volerelaluna.it. Sfoglio il giornale: mi colpisce una fotografia. Sono ragazzi e ragazze che reggono uno striscione su cui c’è scritto: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Poi leggo un articolo: «Le punte più avanzate che oggi conducono le lotte nelle scuole sono senz’altro gli istituti professionali e tecnici e le scuole aziendali. Sono infatti i posti in cui si sente più vicino e incombente lo sfruttamento del lavoro in fabbrica. Chi fa le scuole professionali dopo tre anni si ritroverà in mano un diploma con cui potrà fare l’apprendista, l’operaio. E sarà soggetto al potere, all’arbitrio del padrone, che di solito se ne frega del diploma, è il primo a non riconoscerlo e a usare i giovani per i propri profitti, pagandoli di meno, ricattandoli, facendogli fare i lavori più snervanti. […] Si vede subito la funzione reale che ha la scuola: che non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta ai suoi ordini nella fabbrica”. Sto leggendo il secondo numero di Lotta continua – novembre del 1969 – e, se non fosse per alcuni termini (“fabbrica”, forza lavoro, snervante) avrei difficoltà a datarlo, se dovessi partire dai contenuti. Andiamo in ordine: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Imperativo categorico, vero allora e vero adesso. Ma in realtà verso i professionali vengono dirottati dopo le scuole medie (secondarie di primo grado, oggi) due categorie di studenti, a volte sovrapponibili: quelli che otto anni di scuola hanno decretato essere poco portati per lo studio e quelli che provengono da famiglie non abbienti e con basso grado di istruzione. Non voglio essere impietosa con chi fa un mestiere davvero difficile: dico soltanto che, poiché la nostra scuola non è diventata quello che dovrebbe essere – un luogo aperto, democratico, critico – è bene anche tener conto, se vogliamo uscire dall’odierno pantano, che molti insegnanti sono stati complici del processo di stagnazione e che la loro unica scusante è che il loro datore di lavoro (lo Stato) non ha mai provveduto a metterli nelle condizioni materiali di lavorare con tranquillità. Torno all’argomento centrale del mio discorso. Non mi affanno a dimostrare un’evidenza: la scelta della scuola superiore anche oggi è influenzata dalla famiglia di origine ed è dunque una scelta di classe. La piramide costituita dalle scuole superiori vede, ancor oggi, in cima il liceo (il classico, prima di tutti gli altri) e poi digrada giù giù, dai tecnici verso i professionali. Siccome l’espressione “scuola di classe”, nella sua brutalità, non piace né a sinistra né a destra, nell’ultimo trentennio (“il trentennio senza gloria”, per rovesciare una definizione famosa) in modo bipartisan i nostri governanti si sono affannati per ridare smalto all’istruzione tecnica e professionale. Da Berlinguer a Moratti, da Gelmini a Renzi-Giannini e poi sino a Bianchi e Valditara (i ministri dell’istruzione che non abbiamo nominato erano comunque fedeli alla linea) è stato un coro all’unisono per affermare che l’istruzione tecnica e professionale non è di serie B. Parallelamente, e in contraddizione con l’assunto, i ministri si sono mossi per farla passare dalla “serie B” alla “serie C”, negando a questo importante segmento dell’istruzione superiore italiana le risorse per colmare il gap che lo divideva dai licei. Poco è stato dato materialmente e molto è stato elargito in termini di riforme, riformine e riformette, tutte di segno regressivo. Se guardiamo ai risultati, i “non ammessi” (bocciati) nei licei sono il 3,1%, nei tecnici l”8,1% e nei professionali il 9,2% (i dati sono relativi al 2025). Se poi guardiamo alla competenza rispetto alla lingua italiana (una competenza che ha nettamente a che fare con l’esercizio dei diritti di cittadinanza) vediamo che l’ultimo rapporto Invalsi è impietoso: negli istituti professionali «il risultato generale non raggiunge mai la soglia dell’accettabilità, rispetto ai traguardi definiti dalle Indicazioni nazionali. Infatti, l’esito medio si attesta al livello 2 (su 5 livelli ndr) solo in Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, provincia autonoma di Bolzano–lingua italiana, provincia autonoma di Trento, Veneto e Friuli-Venezia Giulia; mediamente tra livello 2 e livello 1 in Emilia-Romagna e in Umbria. In tutte le restanti regioni il risultato generale non va oltre il livello 1». In sintesi: tecnici e professionali possono vantare il massimo di selezione e il minimo di istruzione generale ricevuta. Inoltre, negli ultimi trent’anni, il processo noto come “aziendalizzazione delle scuole” ha avuto come primo corollario l’asservimento delle scuole al mercato del lavoro – quasi il senso dell’imparare fosse, in primo luogo, garantire l’accesso ad un futuro lavoro. L’ultimo tassello in ordine di tempo per consolidare la scuola di classe lo ha messo a punto il ministro Valditara, coerentemente con la visione di destra che gli è propria. La parte più vitale del mondo della scuola sta protestando da tempo contro la “riforma dei tecnici” e la cosiddetta “filiera del 4+2”, entrambe giustificate dalla volontà di colmare il mismatch (la mancata corrispondenza) tra offerta formativa e possibilità di occupazione nel mondo del lavoro. Non mi occuperò delle numerose incongruenze della “riforma dei tecnici” (si trovano in rete tanti articolati documenti; ne segnalo uno qui), prima tra tutte la balzana idea di diminuire le ore di materie generali e formative e di “coordinare” la scuola alle “esigenze produttive” del territorio; né starò a ribadire che il “4+2”, che sottrae alla formazione superiore addirittura un anno, pone ancor più problemi (dalla frequenza universitaria anticipata, visto che non si è pensato a un anno propedeutico, alla difficoltà di redistribuire il quadro orario previsto per il quinquennio in quattro anni: teniamo conto che tutto ciò coinvolgerà proprio gli studenti più deboli). Qui il mio discorso si chiude in modo circolare: in questo momento ci troviamo su posizioni più arretrate rispetto a ciò che nel 1969 rivendicavano gli studenti. Anche la più che doverosa protesta in atto si perde dietro lo stillicidio di imprecisioni, mancanze, stupidaggini di cui il superiore ministero ha disseminato i decreti legge che regolamentano la cosiddetta “riforma” (sempre decreti legge, come si fosse perseguitati da una maledetta fretta!) . Credo che sarebbe ora di andare al sodo e di lasciar perdere i particolari: la scuola NON può essere allineata con il mercato del lavoro, soprattutto in un momento di accelerazione tecnologica. Se inizio oggi un corso di studi lo finirò tra cinque anni – e, a meno che non si preveda l’aggiornamento dei programmi just in time, quello che avrò imparato in ambito tecnologico sarà, inevitabilmente, superato nell’arco del corso di studio. Proprio da ciò deriva l’importanza di una salda formazione di base, che consentirà successivi aggiornamenti. Essi dovrebbero toccare alle imprese, proprio quelle stesse imprese che pretendono che la scuola fornisca loro manodopera pronta all’uso, facendo così evitare all’impresa stessa costi vivi per la formazione del personale. E mica sono scemi. Anzi, sono furbi: questa storia del mismatch ha preso piede a forza di ripeterla. Le aziende lamentano carenza di personale; ma in un paese con un tasso di disoccupazione giovanile pericolosamente vicino al 20% forse la carenza di personale dipende da altro. Condizioni di lavoro inaccettabili e salari troppo bassi, per esempio. I nostri soloni dell’economia e dell’impresa spiegano che l’Italia presenta un «quadro preoccupante che evidenzia per giunta un paradosso: in un Paese con meno giovani [La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 ed è destinata a ridursi ulteriormente fino al 18,6% nel 2070], i livelli di occupazione restano tra i più bassi d’Europa. Nella fascia 15-24 anni lavora solo il 19,7%, contro oltre il 50% in Germania. A questo si aggiunge la fuga di capitale umano. Tra il 2019 e il 2023 circa 190 mila giovani hanno lasciato l’Italia, circa la metà dei quali laureati». La citazione è tratta dal Rapporto di previsione di primavera 2026 di Confindustria. Preoccupato, quindi anche il padronato? Sì, a modo suo: infatti, le cause dell’emorragia di giovani che lasciano l’Italia sono, secondo loro, da ricercarsi negli incentivi alle assunzioni come provvedimento centrale. Non si incide, dicono i padroni sulle «cause strutturali della bassa occupabilità giovanile, come il mismatch tra competenze e domanda di lavoro». Rieccola, la grande bugia! Sta a noi dire che non è vero, dire che la scuola deve essere libera e formativa per tutti. E ribadirlo sino allo stremo, affinché un nuovo senso comune si affermi e sostituisca, alla penosa bugia del mismatch, la dura verità delle cose: non può esistere una scuola migliore se la nostra società diventa sempre più diseguale. E quindi, basta battersi – e lo dico a chi lavora a scuola – per le minuzie, per un’ora di geografia in meno o in più. Battiamoci per l’unica cosa che merita: una scuola che sia luogo in cui i bambini e i ragazzi crescano liberi, senza perdere la curiosità, desiderosi di imparare, sottratti all’egemonia dei nuovi media, sottratti alla inconcludente frenesia di ritmi sempre più accelerati. Miriamo in alto, insomma. È dal 1969, almeno, che qualcuno ricorda che la scuola non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta. Chi si sente educatore faccia risuonare dentro di sé quella voce inascoltata e si opponga: l’occasione di oggi è il contrasto alla riforma dei tecnici ma l’obiettivo, che è poi quello che conta, si colloca molto più in alto. Vedi anche, Quanto conta la famiglia per il successo scolastico? Un atlante delle disuguaglianze educative in Italia ...................... LEGGI LA RICHIESTA DI SOSTEGNO del Gruppo Solidarietà Altri materiali nella sezione documentazione politiche sociali. La gran parte del lavoro del Gruppo è realizzato da volontari, ma non tutto. Se questo lavoro ti è utile PUOI SOSTENERLO CON UNA DONAZIONE e CON IL 5 x 1000. Clicca qui per ricevere la nostra newsletter.

