Data di pubblicazione: 25/09/2026
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Nella fortezza Europa siamo tutti prigionieri

Alessio D’Angelo è Professor of Public and Social Policy alla University of Derby (Regno Unito) e fa parte del Comitato scientifico del Centro Studi e Ricerche IDOS. In, dossierimmigrazione.it.

Nelle ultime settimane l’Europa ha assistito ad una nuova ondata di proteste anti-immigrazione, caratterizzate da una crescente aggressività e da forme di mobilitazione sempre più organizzate. A Ceuta, sulla frontiera spagnola, le tensioni sono esplose nuovamente a fine agosto: gruppi radicali hanno incendiato i ripari improvvisati dei migranti, bloccato per ore i mezzi della Croce Rossa, impedito la distribuzione di aiuti e costretto la polizia a intervenire con forza. Più di recente, nel Regno Unito, la costa meridionale è diventata teatro di iniziative inquietanti. Agli inizi di settembre, a Dover e Portsmouth, centinaia di uomini vestiti di nero e a volto coperto, hanno bloccato le strade verso i porti, inseguito pullman con persone appena sbarcate e tentato di impedire il trasferimento dei migranti dai moli ai centri di accoglienza. Ancora la scorsa settimana, all’Aia, nei Paesi Bassi, una manifestazione anti-immigrazione organizzata da gruppi di estrema destra è sfociata in violenti scontri con la polizia: sassi e cartelli stradali sono stati lanciati contro gli agenti, con diversi arresti e segnalazioni di saluti nazisti.

Queste proteste si inseriscono in un quadro politico più ampio, segnato dall’affermazione di forze che fino a pochi anni fa erano considerate estremiste e marginali. Particolare attenzione suscita l’ascesa in Germania di Alternative für Deutschland (AfD). Le recenti vittorie elettorali del partito in Sassonia-Anhalt e, pochi giorni fa, in Meclemburgo-Pomerania, sono state interpretate come un punto di svolta e di crisi non solo per la Germania, ma per l’intero continente europeo. Come osservato da più parti, il voto all’estrema destra non si spiega solo con la xenofobia, ma con un malessere sociale diffuso che molti partiti tradizionali faticano a interpretare. La loro risposta è spesso ambivalente, oscillando tra la condanna delle violenze e l’inseguimento della retorica anti-immigrazione, giustificando le “preoccupazioni legittime” dell’elettorato e promettendo misure sempre più restrittive sugli ingressi e sull’accesso dei migranti a servizi, diritti e cittadinanza. Sono promesse a cui i governi europei si lasciano andare più facilmente che a quelle in materia di sviluppo economico e sociale.

Negli ultimi anni è divenuto evidente come questa cinica operazione politica sia anche del tutto controproducente, alimentando un costante gioco al rialzo. La costruzione dello spazio europeo è sempre stata accompagnata dall’idea che l’integrazione politico-economica del continente richieda confini esterni impenetrabili: la cosiddetta Fortezza Europa. Negli ultimi anni, però –mentre l’Europa si è trovata ad affrontare crisi economiche e istituzionali sempre più complesse – questa logica si è radicalizzata. Alla gestione securitaria dei confini esterni, si è affiancato il perseguimento di accordi bilaterali con i Paesi confinanti (Turchia, Libia, Tunisia, Albania). È la cosiddetta esternalizzazione delle frontiere: costruire una fortezza attorno alla fortezza. E ancora, dal contrasto all’immigrazione irregolare si è passati alla retorica della “remigrazione”, dalla difesa dei confini d’Europa alla paura degli arrivi da Paesi europei confinanti, incapaci di gestire crisi migratorie reali o presunte. Lo si è visto con la crisi di Ceuta del luglio scorso e con le sempre più frequenti sospensioni del sistema Schengen (circa 500 dal 2006 a oggi).

La Fortezza Europa alimenta divisioni anche all’interno dei singoli Stati. In Germania, la retorica dell’AfD si fonda infatti su due pilastri: opposizione all’immigrazione e frustrazione delle regioni orientali verso quelle dell’ex Repubblica Federale. In Spagna, come altrove, i partiti regionali indipendentisti rivendicano il controllo delle proprie frontiere. Nel Regno Unito – dove dieci anni fa la diffidenza verso l’Ue e la paura dell’immigrazione erano sfociate nella Brexit – le stesse logiche generano tensioni nel cuore del Paese. Emblematico il caso del villaggio di Piddington, nell’Oxfordshire, che il 15 settembre ha inscenato un referendum simbolico per proclamarsi principato indipendente, in protesta contro la costruzione di un centro per richiedenti asilo. Dietro aspetti superficialmente folkloristici, l’episodio rivela come la questione migratoria venga usata per mettere in discussione l’appartenenza a uno spazio politico comune.

L’effetto primario di questa retorica – indipendentemente dagli effetti concreti sui processi migratori – è la produzione di stratificazione e frammentazione: si ridisegna l’ordine sociale, stabilendo chi appartiene e chi no, chi ha diritti e chi ne ha meno, chi può circolare e chi deve essere fermato. È un processo di crescente divisione tra “noi” e “loro”, dove a un noi sempre più ristretto si oppone un numero crescente di nemici percepiti: i migranti irregolari, i richiedenti asilo, gli stranieri in generale, e poi, in successione, le minoranze, le fantomatiche élites, le regioni del Sud (o dell’Ovest), il paesino accanto. La Fortezza Europa si sta dunque trasformando in un labirinto di confini, cancelli, muraglie concentriche e fossati, che ricorda le architetture paradossali dei racconti di Borges. Costruita per respingere chi viene da fuori, questa sempre più angusta fortezza-labirinto finisce per imprigionare anche chi si trova al suo interno, in una logica di risentimento e discriminazione.

Vedi anche,  Rapporto IDOS. Dossier statistico immigrazione 2025

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