A margine del caso dei “bambini nel bosco”: di chi sono i figli? Non abbiamo quasi mai letto commenti sulla vicenda e nel sito, ad oggi, non abbiamo mai pubblicato nulla a riguardo. Lo facciamo ora con questo articolo di Livio Pepino (letto per l'autorevolezza dell'autore) che ci pare utile diffondere ai fini di una più generale riflessione. Livio Pepino, in Volere la luna. Sono stato, molti anni fa, giudice minorile. Non ho mai esultato per l’allontanamento di un figlio dai genitori – chiunque essi fossero –, così come non ho mai gioito, in altro campo, per un arresto – di chiunque si trattasse. Ho sempre cercato di ricorrere con estrema parsimonia all’uno o all’altro strumento. E tuttavia ho concorso a decidere degli allontanamenti, come ho richiesto o disposto degli arresti. Quando non c’era – almeno secondo me – altra strada possibile. Oggi guardo alle ricorrenti polemiche che accompagnano alcune decisioni di giudici minorili (da ultimo quella relativa ai cosiddetti “bambino nel bosco”) con un certo distacco. Ma non ho mutato opinione. E vedo, nel dibattito al riguardo, un degrado crescente. Nel paese in cui i figli sono “un pezzo ‘e core” e la mamma non si tocca, scatenarsi sui bambini fa audience, aumenta gli ascolti dei talk show televisivi e le (sempre più ridotte) vendite di giornali, consente a tutte e tutti di intervenire senza freni sui social. E, soprattutto, porta voti (o, almeno, così si pensa). Ma non c’è solo questo. C’è anche il riemergere di una cultura patriarcale e proprietaria che, qualche anno fa, sembrava essersi un po’ attenuata. L’ultimo caso di cronaca è, appunto, quello della “casa nel bosco”: lo spostamento di una madre e dei suoi bambini (di sei e otto anni) da un’abitazione fatiscente e isolata in una casa famiglia per consentire l’osservazione dei loro rapporti e delle condizioni psicologiche e sanitarie di ciascuno; poi, dopo alcuni mesi, la separazione dei bambini dalla madre in considerazione di un rapporto (ritenuto) patologico, ferma la possibilità di incontri con i genitori. Non mi cimento in commenti dei provvedimenti del tribunale minorile dell’Aquila e dei giudizi degli operatori sociali (psicologi, assistenti sociali ed educatori) su cui gli stessi si fondano. Sono già in troppi a farlo. E, poi, per intervenire in modo non superficiale ci vorrebbe una conoscenza della situazione che non ho, mentre non avrebbe alcun senso accodarsi al coro di chi dice che sarebbe folle, com’è ovvio, allontanare dei bambini dalla famiglia per la sua scelta di “vivere in campagna” o, all’opposto, che alla base dell’allontanamento c’è “ben altro” (senza indicare cosa). Ma la vicenda fa emergere alcune questioni generali su cui merita soffermarsi. Primo. Le storie dei minori emersi agli onori della cronaca, soprattutto quando si tratta di bambine o bambini molto piccoli, sono il crocevia di contraddizioni palesi. Lo si vede, per esempio, nelle dichiarazioni della presidente del Consiglio che, con un equilibrismo degno di miglior causa, critica contemporaneamente l’interventismo (considerato improprio) di servizi territoriali e giudici nei confronti dei “bambini nel bosco” e il loro mancato intervento (considerato doveroso) a tutela di una bambina di otto mesi in seguito accoltellata dalla madre. Casi diversi impongono, ovviamente, giudizi diverse e ben può accadere che uno o entrambi gli interventi (o i mancati interventi) siano inappropriati ma l’approccio, la cultura con cui vengono esaminati e valutati dovrebbe essere la stessa. E, invece, non è così: la contestazione in radice della possibilità di servizi sociali e giudici di entrare nelle dinamiche familiari si accompagna alla altrettanto pregiudiziale affermazione, in casi analoghi, di una loro attivazione insufficiente. Il tutto a seconda delle convenienze (magari finanche elettorali). Così come si riesce, nello stesso tempo, a contestare un presunto eccesso di dichiarazioni di adottabilità nel nostro Paese (in violazione dei diritti dei genitori naturali) e una altrettanto presunta eccessiva restrizione nelle adozioni internazionali (ché, in questo caso, i genitori naturali non si vedono e comunque hanno, spesso, la pelle di un altro colore…). Non si tratta solo di contraddizioni ma di una strumentalizzazione che veicola ulteriore sfruttamento dei bambini, a dispetto della retorica italiota in cui immancabilmente si incrociano benefattori che offrono aiuti non sempre disinteressati, conduttori televisivi che si trasformano in imbonitori, vicini di casa che avevano capito tutto, maestre che raccontano le loro difficoltà con i bambini, genitori che – direttamente o tramite legali e consulenti trasformatisi in portavoce – rilasciano interviste a destra e a manca e molto altro ancora. Secondo. Un fatto emerge con chiarezza. I giudici minorili non godono di buona stampa (come gli altri giudici, del resto). E ancor meno ne beneficiano assistenti sociali, psicologi, educatori. In sintesi, non gode di buona stampa tutto il settore pubblico che si occupa della tutela dei minori. Non è l’unico ambito in cui ciò accade: il prelievo fiscale è considerato un furto (“non si mettono le mani nelle tasche degli italiani”) anche se serve ad assicurare a tutti (almeno potenzialmente) i servizi essenziali e ad attenuare le disuguaglianze sociali; i dipendenti pubblici sono troppi e inutili, anche se sono insufficienti a fronte delle necessità e inferiori a quelli della maggior parte dei paesi a noi vicini; i vincoli e i divieti di costruire sono un’illecita limitazione della proprietà privata, anche se la loro mancanza provoca sempre più spesso disastri (che, impropriamente, vengono chiamati naturali) e così via. È il liberismo, bellezza! Terzo. Il tema è, dunque, generale, ma è sulla testa dei bambini che, per quanto qui rileva, si gioca uno scontro ideologico che ha a che fare con le differenze sociali (quelle che un tempo si definivano “di classe”), anche se – come sempre accade – il pensiero dominate usa a proprio favore anche vicende che non rientrano nel paradigma. La destra che contesta ogni possibilità di intromissione nelle famiglie “bianche e per bene” è quella stessa destra secondo cui i figli “vanno tolti” agli zingari, ai tossicodipendenti, ai marginali, ai detenuti con lunghe condanne. Quante volte l’ho sperimentato – e contrastato – nella mia esperienza di giudice minorile! E oggi basta leggere le dichiarazioni del sottosegretario leghista Andrea Ostellari, proprio mentre infuriavano le polemiche sull’allontanamento dei “bambini del bosco”: «Introdurremo nel pacchetto sicurezza il rimpatrio assistito per i minori stranieri che delinquono. È una novità che servirà anche ad arginare il fenomeno delle baby gang. E se nei campi rom i bambini vengono mandati a rubare, invece di essere mandati a scuola, va applicato il protocollo che abbiamo adottato come governo contro le mafie: quei figli devono essere tolti ai genitori e messi sotto tutela» (La Verità, 19 gennaio 2026). È, a ben guardare, una logica coloniale (qualcuno – non ricordo chi – lo ha acutamente scritto nel dibattito dei mesi scorsi). Ma – si dice – cosa c’entra con una logica siffatta la “famiglia del bosco”, che certo non appartiene a una classe agiata? C’entra, suo malgrado, alla pari di molte figure di poveri e di neri usati – con storie “esemplari” – per confondere le acque e sostenere la causa del colonialismo nel profondo Sud degli Stati Uniti. Così come accade in alcune storie di cronaca nera anche nel nostro paese. Poveri, ancora una volta, cinicamente usati per sostenere le ragioni dei ricchi. Quarto. Si arriva così – se si superano le speculazioni elettorali, la sfiducia nei confronti dei giudici (e del pubblico in genere) e i pregiudizi ideologici – al punto fondamentale: chi può prendere le decisioni per i minori (in particolare per quelli molto piccoli che non sono in grado di prenderle da soli)? o, per essere più diretti ed espliciti: di chi sono i figli? Il tema è stato posto un paio di giorni fa sempre dalla presidente del Consiglio che, imbracciato il megafono, ha gridato ai quattro venti che “i figli non sono dello Stato”. Vero, solo uno Stato autoritario e illiberale può pensare che i bambini (e le persone in genere) siano di sua proprietà. Ma quel che la presidente del Consiglio (e con lei la cultura della destra) non dice è che, allo stesso modo e specularmente, “i figli non sono dei genitori” come vorrebbe l’individualismo liberista imperante. Per la semplice ma decisiva ragione che i bambini non sono oggetti o cose, ma persone che appartengono solo a se stesse. Proprio come ci ricorda il poeta libanese Khalil Gibran: «I tuoi figli non sono figli tuoi. Sono i figli e le figlie della vita stessa. Tu li metti al mondo ma non li crei. Sono vicini a te, ma non sono cosa tua». I bambini non sono di proprietà di nessuno: né dello Stato né dei genitori. E a chi rappresenta la collettività (lo Stato, la comunità di appartenenza, la tribù…) spetta individuare – con prudenza e autocontrollo, ma con rigore – la linea sottile oltre la quale viene meno la possibilità per i genitori di organizzare come vogliono la vita dei figli. Quella linea non è il conformismo né la cultura dominante ma il rispetto dei diritti fondamentali. Qualche volta è facile individuarla: i genitori non possono maltrattare, stuprare, vendere i figli (come pure a volte avviene). Altre volte è più difficile, ed è arduo cogliere se i comportamenti dei genitori mettono a repentaglio la salute fisica e psichica dei figli o addirittura la loro sopravvivenza. Ma anche questo accade. E, quando accade, i più deboli (cioè i figli, troppo piccoli per poter decidere di sé) devono essere tutelati nella loro integrità e non deve essere concesso ai più forti (cioè i genitori, “il padre padrone”) di fare di loro ciò che vogliono, senza che nessuno abbia il potere di interferire. È qui che si colloca il compito, delicatissimo e difficile, dei giudici minorili e dei servizi sociali: i quali, beninteso, possono sbagliare – sia per eccessivo interventismo che per omissione – e vanno, nel caso, criticati per le scelte specifiche ma non delegittimati in modo pregiudiziale. Come dicevo all’inizio, non voglio aggiungere il mio giudizio ai troppi che già circolano sul caso dei “bambini nel bosco”, ma vorrei – anche se so essere assai improbabile – che, nell’affrontare temi come la tutela dei minori, si abbandonasse la retorica, mielosa e insopportabile, che serve solo a veicolare gli interessi degli adulti (meglio se bianchi e “per bene”). Vedi anche ---------------------- LEGGI LA RICHIESTA DI SOSTEGNO del Gruppo Solidarietà Altri materiali nella sezione documentazione politiche sociali, sezione norme regionali. La gran parte del lavoro del Gruppo è realizzato da volontari, ma non tutto. Se questo lavoro ti è utile PUOI SOSTENERLO CON UNA DONAZIONE e CON IL 5 x 1000. Clicca qui per ricevere la nostra newsletter.
