
Goffredo Fofi è nato a Gubbio il 13 aprile di 89 anni fa. A meno di vent’anni, nel 1955, raggiunge in Sicilia l’attivista nonviolento Danilo Dolci per partecipare al suo progetto di emancipazione popolare dal basso, ma alcune stagioni dopo riceve un foglio di via ed è costretto a lasciare Palermo. La colpa addebitatagli nel provvedimento di espulsione fu così formulata: “Insegna senza percepire alcun compenso”.
Quell’accusa poliziesca era in qualche modo profetica, perché insegnare, educare, dare vita a gruppi in grado di costruire, condividere e diffondere arte, cultura e pratiche di impegno e disubbidienza civile, sono state le principali attività a cui Fofi si è dedicato per tutta la vita, senza risparmiarsi e senza ricercare riconoscimenti istituzionali o particolari guadagni.
Ha avuto la fortuna di conoscere Goffredo a 14 anni e siamo rimasti amici tutta la vita. A Cenci è venuto molte volte, in occasioni diverse, e cercheremo di creare occasioni e incontri per tornare alle tante testimonianze di impegno che hanno contraddistinto la sua vita.
Mi piace ricordare oggi un tratto del carattere che ha sempre mantenuto intatto nei decenni: una irriducibile inquietudine e il suo non accontentarsi mai, insieme alla necessità di opporsi con radicalità a ogni genere di ingiustizia. “L’unica cosa che ho imparato io da quando ero bambino l’ho imparata dalla guerra, che ho visto e sofferto, è che bisogna lavorare in gruppo, che l’io è un impiccio, non un aiuto. La centralità dell’io è una truffa”.
Per comprendere la profondità e direi anche la caparbietà con cui ha incarnato questa sua non accettazione di come va il mondo, riporto un brano molte volte citato da Goffredo, scritto in Religione aperta da Aldo Capitini, il pedagogo perugino radicalmente e religiosamente nonviolento, che lo influenzò profondamente da giovane.
“Quando incontro una persona, e anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell’animale vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto.E se guardo meglio, trovo anche altre ragioni per non accettare la realtà così com’è ora, perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare. E’ una realtà provvisoria, insufficiente, ed io mi apro ad una sua trasformazione profonda, ad una sua liberazione dal male nelle forme del peccato, del dolore, della morte.Questa è l’apertura religiosa fondamentale, e così alle persone, agli esseri che incontro, resto unito intimamente per sempre qualunque cosa loro accada, in una compresenza intima, di cui fanno parte anche i morti; i quali non sono né finiti né stanno a fare cose diverse da noi, ma sono uniti a noi, cooperanti, a fare il bene, i valori che facciamo, e che nessuno può vantarsi di fare da sé. Così anche chi è, per ora, sfinito, pallido, infermo, e pare che non faccia nulla di importante; anche chi è sfortunato, pazzo (per ora), è una presenza e un aiuto unito a tutti”.
Ragionando sulla sua idea di educazione, credo sia interessante sottolineare quanto le conoscenze e i convincimenti più duraturi e profondi Fofi li abbia elaborati insieme ad altre e altri, ritornando spesso alle amicizie e ai legami che aveva saputo tessere e preservare con cura nella sua memoria, la cui vastità e nitidezza mi ha sempre stupito.
Il suo modo di scoprire, sostenere e spronare i giovani talenti che individuava nei campi più disparati, era quello di incalzarli con critiche costanti e serrate, aprendogli al tempo stesso, tuttavia, il suo archivio di esempi viventi, colmo di ribellioni e bellezza. Goffredo prediligeva la dimensione del gruppo, ma il suo essere maestro severo ed esigente si dispiegava pienamente nei rapporti singolari, che hanno segnato la vita di tante e tanti scrittori, registi, artisti e operatori educativi e sociali di ogni sorta.
Far coincidere i fini con i mezzi
“Se fossi più giovane e potessi ricominciare, mi dedicherei di nuovo al lavoro che tanti anni fa mi ero scelto, di maestro elementare. Ma non mi basterebbe, e mi getterei su un’altra impresa che mi sembra centrale e che, forse, potrei affrontare con qualche speranza di efficacia. Mi butterei sulle facoltà di scienze della formazione cercando di mettervi scompiglio e di rimettere in auge e in campo i vecchi maestri della pedagogia. La pedagogia è stata sostituita dalle “scienze della formazione”, ma come è bella la parola educazione, tirar fuori il meglio da ciascuno e aprire gli orizzonti, e perfino la parola pedagogia, scienza dell’infanzia, invece della parola formazione, che fa pensare fabbricanti di mattoni tutti quanti eguali…”.
Così scrive Fofi nel 2012 in Salvare gli innocenti, che aveva come sottotitolo “Una pedagogia per i tempi di crisi”.
L’ultimo suo libro pubblicato in vita lo ha dedicato ad Alexander Langer, che Goffredo considerava un fratello maggiore, pur essendo più giovane di lui.
“Se si dovesse chiudere in una formula ciò che Alexander ci ha insegnato, essa non potrebbe che essere piantare la carità nella politica. Proprio “piantare”, non inserire, trasferire, insediare. E cioè farle mettere radici, farla crescere, difenderne la forza, la possibilità di ridare alla politica il valore della responsabilità di uno e di tutti verso la “cosa pubblica”, il “bene comune”, verso una solidarietà tra gli umani e tra loro e le altre creature secondo il progetto o sogno di chi
“tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutto abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune”.
(Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto)
Eravamo certamente – e di questo soffrivo – assai lontani da Capitini e dalle sue persuasioni radicalmente non violente che sentivo anche mie, ma in Alex ritrovavo lo spirito, la spinta iniziale e il profondo bisogno di far coincidere i fini con i mezzi”.
Pedagogia e profezia
Nel maggio 2018, nel convocare un incontro residenziale intitolato “Pedagogia e profezia”, scriveva:
«Non si tratterà di “pedagogia” come trasmissione di saperi e di tecniche ma di qualcosa di più: di un’utopia che possa indirizzare gli educatori – tali in senso lato, quindi, oltre gli insegnanti veri e propri, i genitori, i politici, più genericamente gli adulti – ad assistere nel loro sviluppo i bambini, i puberi, gli adolescenti, i giovani a orientarsi all’interno di una società pur sempre costrittiva partendo dalla scoperta e valorizzazione delle proprie inclinazioni e qualità messe a confronto con quelle altrui, elaborando un modo, sia personale che di gruppo e di comunità, di stare al mondo, di scegliersi, di contribuire alla costruzione di una società migliore di cui fossero kantianamente al centro il bello, il giusto e il vero. (…) Si tratta di un compito, come si vede, enorme, al quale siamo impreparati sia per la nostra obiettiva fragilità e inadeguatezza sia per la vastità dei problemi da affrontare, in rapporto ai quali deve necessariamente articolarsi ogni analisi e ogni proposta. Ma, in mancanza di meglio, vogliamo comunque provarci».
Con lucidità e preveggenza concludeva quello scritto di convocazione con queste parole:
«La pedagogia dei nostri nonni e padri sapeva bene le difficoltà a cui andava incontro, ma trovò adesioni e stimoli nei valori proposti dalle rivoluzioni borghesi e, più tardi, dalle lotte per il socialismo. La nostra epoca non ci offre illusioni, non permette speranze comparabili, non l’attendono “domani che cantano” ma, soltanto e certamente, nuove alienazioni e sconfitte dell’umano come lo abbiamo tanto a lungo inteso. Sembrano attenderla soltanto nuove tragedie collettive».
Di Goffredo educatore mi piace ricordare due affermazioni che gli ho sentito ripetere molte volte: “Fai quel che devi, accada quel che può”, di Gaetano Salvemini, e “Mi ribello dunque siamo”, tratto da L’uomo in rivolta di Albert Camus.
Vedi anche
Goffredo Fofi. Ricordo di Alex Langer
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