Abitare le differenze. Responsabilità e passioni del fare sostegno Mario Paolini, pedagogista, musicista e formatore, Treviso. In APPUNTI sulle politiche sociali, n. 2/2024 (247). Puoi sostenere la rivista con l’abbonamento. L'inserimento nella scuola di alunni e studenti con disabilità è stata una grande conquista di civiltà nel campo dei diritti di cittadinanza. Ma dall'inserimento all'inclusione e all'accoglienza il passaggio non è sempre facile. Un insegnante di sostegno è prima di tutto una figura professionale che ha ben chiaro il senso pedagogico del proprio agire, qualcosa che va oltre la conoscenza disciplinare. Questo è un libro (Abitare le differenze. Responsabilità e passioni del fare sostegno, Ed. Conoscenza, 2024) da abitare, più che da leggere in solitudine. Mi piace pensare che possa essere un piccolo mediatore per incontrare altri, comunque senza fretta e senza l’ansia che mentre sto leggendo sto lasciando indietro qualcosa da fare; prendendosi il tempo di incontrarsi, con-dividere pensieri e riflessioni su un tema che riguarda tutti, quello dell’incontro con le differenze, e che questo libro affronta con lo sguardo rivolto alla scuola, ai bambini e ragazzi con disabilità che abitano quell’esperienza, agli insegnanti che segnano con la loro presenza quell’abitare. Ho insegnato per molti anni, come docente a contratto, in corsi di specializzazione per la formazione degli insegnanti per il sostegno in alcuni atenei. Non mi ha mai convinto questo modello formativo, troppo veloce e denso per poter sedimentare dei saperi che poter essere interiorizzati richiedono tempo, sostegno a chi fa sostegno e soprattutto rete. Non è mai semplice l’incontro con l’inatteso, per chi lavora nella scuola è una postura imprescindibile: come sostenerla? Come farla diventare più “normale”? come averne cura? Domande Questo piccolo libro è in realtà denso di parole che vanno rilette e riflettute; non un manuale che spiega ciò che si dovrebbe fare quanto un qualcosa da portare con sé come stimolo per pensare: che lavoro faccio? Che mestiere è fare l’insegnante? Chi ho di fronte? Sono domande che sempre abitavano le mie lezioni, che cominciavano sempre con una slide dove era scritto: Benvenute, benvenuti. Cercare lo star bene in classe è un principio pedagogico che Maria Montessori sintetizzava nel concetto di “agire sui permessi”, ovvero la ricerca del reciproco stare bene come presupposto per sedimentare apprendimenti in un clima relazionale che consolida le sinapsi degli apprendimenti con quelle delle emozioni. Diventa allora imprescindibile il comprendere che il mestiere dell’insegnante per il sostegno comincia ogni volta dall’incontro con le differenze e che saper vivere quest’incontro, abitarlo, è una necessaria competenza, da apprendere e di cui aver cura, anche mediante studio e aggiornamento costante ma possibilmente non da soli. Il mestiere del sostegno, come sosteneva Andrea Canevaro, ha un baricentro un po' spostato rispetto ad altri “insegnamenti”; prima di tutto è un mestiere che non si può fare da soli e già qui le cose si complicano perché non è sempre facile lavorare insieme ad altri, senza potersi scegliere. Tanti piccoli rischi possono ridurre un agire delicato e complesso, che ha una storia consolidata negli anni e nutrita dalla testarda attenzione al civismo alla ricerca scientifica ad un piano normativo conquistato dal basso a partire dalle famiglie, ad un insieme di azioni protettive, infantilizzanti e fondati, forse inconsapevolmente, da un sentimento di inferiorizzazione (Matteo Schianchi, Se i diversi tornano a fare problema, Animazione sociale n. 369 1/2024) verso le persone con disabilità. Il libro cerca di accogliere le difficoltà che gli insegnanti incontrano, ad esempio nell’accettare l’altro per come è, poiché inclusione significa “c’è posto per te così come sei, è un tuo diritto stare qui.” «L’accoglienza ri-comincia ogni giorno ed è allo stesso tempo una postura da allenare per essere pronti quando è necessaria. Quando si comincia e si è inesperti, si è sempre preoccupati: il rischio conseguente è di essere troppo rigidi. Con l’esperienza arriva di solito la fretta, perché ci sono un sacco di altre cose da fare: il rischio è di sottovalutare i dettagli. I dettagli invece sono importanti, fanno la differenza, come un piccolo spessore a cuneo rendono stabili le impalcature (con riferimento allo scaffolding) più complesse. È necessaria una progettualità dell’accoglienza: un progetto che è un processo e comprende osservazione, valutazione, decisione di quali interventi attuare e con quali sostegni, valutazione degli esiti, metavalutazione condivisa all’interno di una alleanza educativa. Pennac, in Diario di scuola, invitava a pelare la cipolla parlando dei ragazzi a scuola, ma è lo stesso con i colleghi, con un genitore, con altre figure con cui si deve interagire: con sé. Accogliersi per come si è, nel proprio divenire, non è facile. Per accorgersi dei dettagli non basta vedere, occorre guardare con l’intenzione di comprendere: si chiama osservare» (dal cap. 1). La comunità educante Certo, insegnare non è mestiere buono per tutti e stare sul sostegno men che meno: questo non significa che “bisogna essere portati” per fare sostegno ma nemmeno che il tutto possa essere risolto con tecniche e misurato su risultati. In alcune pagine del libro sono riportati alcuni degli scritti che mi hanno lasciato i corsisti nei vari anni a fronte della domanda “te lo ricordi il tuo primo incontro con la disabilità? Te lo ricordi il tuo primo giorno a scuola, il tuo primo caso?” in quasi tutti c’è un certo disagio le motivazioni sono, normalmente, diverse tra loro. Questo è un frammento: “«Ricordo quelle prime ore come destabilizzanti, tutte le mie sicurezze sono vacillate, non mi guardava, non mi ascoltava (o perlomeno questo sembrava al tempo), come gestire una situazione del genere? Per mia fortuna avevo con me una collega con tanta esperienza e voglia di condividerla, così mi sono fidata della sua guida e ho accettato…» Tutti raccontano il cambiamento che interviene con il tempo, come il disagio diventi un’esperienza arricchente, soprattutto se sostenuta. Sostenere il sostegno è qualcosa che va spartito tra tutti, non è roba da specialisti. Anche i ragazzi che vanno a scuola sono cambiati; quelle di oggi non sono solo nativi digitali, sono anche nativi inclusivi perché fin da piccoli hanno fatto esperienze di incontri con differenze, di pelle religione quoziente intellettivo e molto altro. La comunità educante, di cui la scuola a cui penso è parte attiva senza limitarsi agli apprendimenti e ai giudizi di merito come tristemente la si vuol ridurre, è il luogo naturale dell’inclusione. L’inclusione è il luogo naturale per nutrire la cultura della pace e questo mi porta a dire che per certi versi mi sembra che più che di pedagogia speciale oggi sento il bisogno di una pedagogia delle differenze. «Questo piccolo volume riprende argomenti e materiali predisposti per i corsi TFA per il sostegno in cui ho insegnato. Ho utilizzato, in alcuni passaggi, la metafora del camminare in montagna, tra sentieri conosciuti e tracce poco visibili, in un percorso di conoscenza che chiede di guardare per terra ma anche di guardarsi intorno per godere di paesaggi rari, profondamente restitutivi di senso per sé come solo gli incontri con le differenze possono dare. Chi va in montagna sa che la fatica è ricompensata da qualcosa che resta dentro e che non sempre capiscono altri che non provano. Chi va in montagna sa che occorre essere preparati all’imprevisto, con leggerezza e competenza, che non serve uno zaino inutilmente pesante ma che servono le scarpe giuste.» (dall’introduzione) A volte ci si può perdere, occorre orientarsi per poter orientare altri, occorre avere una visione solida dei costrutti che ruotano attorno alla condizione di disabilità. Ma anche conoscere: non si può stare con un ragazzo autistico se non se ne conosce il funzionamento, se non si conoscono gli approcci che funzionano e quelli che proprio no, non si bara sulla competenza. Non credo nell’insegnante tuttologo con la valigetta che risolve i problemi di tutti, credo che sia necessaria una solida capacità di costruire e manutenere alleanze educative, questione trattata nel libro, apparentemente facile da discutere ma nella quotidianità è una delle questioni più difficili e che crea problemi. Nella primissima stesura gli scritti che poi hanno dato origine al libro erano parte di un lavoro scritto da un ex collega di quando insegnavo a Pisa, il prof. Giancarlo Gambula, che ha scritto un interessantissimo volume sul PEI[1] e che mi aveva chiesto un contributo. Poi grazie alla fiducia accordata dalle Edizioni Conoscenza e da Anna Maria Villari che qui vorrei ringraziare, è diventato un lavoro a sé, anche se trovo una certa complementarietà tra i due lavori, perché l’insegnamento, anche quello disciplinare, è permeato dalla necessità di conoscere i meccanismi dell’educazione, del funzionamento dei bambini nel crescere diventando ragazzi e giovani adulti che diventeranno poi altro. Così come ritengo che la didattica, oltre alla conoscenza di tecniche metodologie e strumenti appropriati, richieda la capacità di governare lo spazio di relazione tra sé e gli altri, conoscendo, tra l’altro, come funziona la comunicazione. Dare voce a chi voce non ha Ho cercato di accennare ad alcuni tra i temi che ritengo irrinunciabili nell’azione educativa. Uno di questi è il dare voce alle persone con disabilità, ai fragili. Oggi a scuola ci sono un sacco di ragazzi che stanno male e hanno bisogno di insegnanti capaci di ascoltare e di offrire qualcosa per cui valga la pena. Dare voce a chi voce non ha è un’azione di civismo e richiede anche il tempo e lo spazio per ascoltare cosa uno ha da dire. La parola, la scrittura il gesto intenzionale le forme di linguaggio alternative o compensative che si voglia, segnano sia chi le dice e chi le incontra. Avere parola è avere identità. Dare identità a una persona significa contrastare la depersonalizzazione che sta dietro le categorie, che sempre sono state create per separare. Nel libro faccio cenno a film, a libri scritti da altri, a interviste rese da persone con disabilità e che dovrebbero essere viste e discusse in ogni collegio docente. Cito l’intervento di Marta Sodano alle Nazioni Unite nel 2019 in occasione della giornata mondiale delle Persone Down. È un intervento che spiazza perché passati i primi secondi in cui noi spettatori siamo attenti ai dettagli che evidenziano i tratti distintivi della patologia, sia quelli somatici che nell’eloquio, Marta spiazza con la profondità dei contenuti, con la ferrea logica con cui argomenta e infila uno sull’altro dei concetti a fronte dei quali l’unica possibilità che rimane è tacere, chiedere scusa e mettersi a lavorare per rimediare. La normativa, sostenuta dalla ricerca e da tante battaglie, chiede ove possibile la condivisione dei documenti di progettazione personalizzata con la persona fragile, firmato da lei, prima e oltre chi la rappresenta. Ma perché un PEI sia condiviso deve essere capito, deve essere scritto in modo comprensibile. La logica della partecipazione significa questo, ed è diverso dal lasciar fare agli specialisti che tanto loro sanno. Quella era la logica dell’istituto. Poi c’è il tema del divenire, del poter crescere che dipende tanto dal fatto se noi riusciamo a immaginare che quel bambino/ragazzo diventerà grande. È un tema delicatissimo con tante implicazioni che vanno dell’orientamento scolastico alla capacità di accompagnare le transizioni, alla costruzione identitaria di un sé autentico piuttosto che a falsi sé difficili da modificare. Ho fatto cenno nuovamente, ne avevo già trattato in modo più esaustivo in un precedente lavoro (Paolini 2015), al tema dell’agio e disagio nella relazione di aiuto. Chi lavora a scuola fa un mestiere che lo espone al rischio di burn out. Lo stare bene di un insegnante è direttamente proporzionale alla qualità dell’intervento, condizione non ancora sufficiente ma necessaria. Anche per questo, il libro cerca di accompagnare chi fa questo mestiere, ma anche chi a volte giudica senza conoscere la scuola e chi la abita, in una rappresentazione leggera delle problematiche aperte e dei modi per affrontarle: «Il disagio può derivare da paura, non è facile stare con un alunno che manifesta comportamenti aggressivi, verso persone e cose o verso se stesso. Chiunque si trovi in queste situazioni, pur se formato, sa che è difficile e faticoso, sa che senza adeguati strumenti, strategie e sostegni non ce la fa; si commettono errori che, come evidenziato dalla letteratura scientifica, diventano fattore scatenante di altre crisi comportamentali. Il tutto spesso senza rendersene conto.» Un pedagogista in cerca di identità Mi sono spesso definito un pedagogista in cerca di identità, così nelle conclusioni ho cercato mantenere un sorriso, perché secondo me questa, alla fine, resta la postura migliore per insegnare, con buona pace di chi blatera che l’umiliazione sia un fattore di crescita. Per farlo ho usato parole di una cara amica e collega. Maria Antonella Galanti, compagna di altri scritti[2] «Certamente una di tali misure dovrebbe essere di accompagnare i bambini ad attraversare le ombre senza censure iperprotettive e poi, da adolescenti o giovani adulti, spronarli a mettersi alla prova contattando da soli le proprie paure e imparando a convivere anche con la perdita, la tristezza e il dolore. Bisogna incoraggiarli a farlo, così come incoraggiamo i bambini piccoli ad attraversare la notte stringendo a sé un proprio piccolo pupazzo di pezza, un orsacchiotto dal nome buffo, e morbido e caldo come il corpo della madre, restituendo per l’intanto a lui, che di quel corpo rappresenta la metafora, ogni abbraccio ricevuto.» «È dolcissima l’immagine dell’orsacchiotto, la più bella definizione di cosa sono i sostegni in educazione dovrebbe essere questa. Il bambino ha bisogno dell’orsacchiotto come mediatore per crescere, ma l’orsacchiotto, come le fiabe, sono gli adulti che non hanno perso la memoria a costruirli, e li fanno con cura, passione artigiana, bellezza. Il vecchio orsacchiotto spelacchiato resta, per chi l’abbia conservato almeno nei ricordi, un segnale che non ha bisogno di grandi spiegazioni: l’abbraccio resta una necessità e il buio della notte fa paura a tutti, non solo ai bambini piccoli.» Il mio auspicio è che questo piccolo libro possa aiutare chi insegna e chi avrà voglia di leggerlo a recuperare pezzetti di passione. Ho paragonato la scuola a un albero, sotto il quale ci si incontra, si fanno due parole, si gioca e la vita scorre. Immagine che non rende la complessità della scuola nel suo insieme ma che cerca di rimettere in movimento un’idea di valore e di appartenenza di cui ognuno è portatore e parte. Sorrido pensando che forse un giorno troverò una copia di questo libro, letto riletto e quasi consunto, lasciato su una panchina sotto un albero davanti a una scuola, dopo essere stato letto insieme da più persone, come un po' d’acqua per nutrire quell’albero. Ultimi contributi dello stesso autore nella nostra rivista. - Dopo la scuola, prima del lavoro, in “Appunti sulle politiche sociali”, n. 3/2023; - Un manicomio dismesso. Frammenti di vita, storie e relazioni di cura, in “Appunti sulle politiche sociali”, n. 1-2021; - Lo sterminio delle persone con disabilità durante il nazismo, in “Appunti sulle politiche sociali”, n. 1/2020. [1] Gambula G. Un Valido sostegno, 2024, Edizioni Conoscenza Roma. [2] Galanti M.A., Paolini M., Un Manicomio dismesso. Frammenti di vita, storie e relazioni di cura, 2020, ETS Pisa. QUI, puoi leggere alcuni articoli della rivista - Se vuoi continuare a farla vivere ti chiediamo di sostenerla con l’abbonamento. - Carlo Francescutti, Persone con disabilità. La transizione dall’adolescenza all’età adulta. Come accompagnare alla vita - Fabrizio Giunco, La contenzione nelle residenze sociosanitarie per anziani e demenze nelle Marche. Un commento - Andrea Pancaldi, Volontariato: crisi di identità non può che essere crisi di rappresentanza - Carlo Lepri, Persone con disabilità. Adultità e ruoli sociali: il diritto al lavoro - Fausto Giancaterina, Accompagnare l’esistenza. Proposte per ripensare i servizi AIUTACI A CONTINUARE IL NOSTRO LAVORO. SOSTIENI il Gruppo Solidarietà con una donazione
