Data di pubblicazione: 05/03/2024
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Immaginare i servizi che si vorrebbero per sé. L’esperienza della residenza anziani di Pinzolo

In “Appunti sulle politiche sociali”, n. 4/2022 -  Ennio Ripamonti, psicosociologo e formatore, presidente della società di consulenza Metodi, Università Cattolica di Milano e SUPSI di Lugano (CH).

Avendo superato i sessant’anni mi è più facile osservare, nella cerchia di colleghi e di amici, l’impegno ad affrontare la vulnerabilità di genitori che perdono autosufficienza o le cui condizioni croniche richiedono assistenza e cure costanti. Per la maggior parte delle persone è il momento in cui si “scopre” l’universo delle strutture residenziali, un’esplorazione non certo facile, che i parenti compiono spesso in solitudine, senza mappe per orientarsi e indicazioni per decidere. Si cerca una struttura vicino a casa, in modo da poter far visita facilmente ai propri cari, che offra servizi di qualità (o quantomeno dignitosi) in un ambiente gradevole e curato. C’è poi la questione economica, alcune strutture sono più care, altre meno. Non sempre la scelta che si vorrebbe fare è sostenibile, quindi si opta per un’altra, magari dovendo mediare con un fratello o una sorella. Raccogliendo dati su questo universo colpisce come, a livello nazionale, il ruolo delle strutture pubbliche sia minoritario (poco più di un quarto del totale) e risulti molto più consistente il ruolo dei privati, in prevalenza non profit (cooperative e fondazioni religiose), che arrivano a quasi la metà del totale. Un ulteriore quarto è rappresentato da società profit, evidentemente ci sono spazi per fare utili. Un’altra cosa che salta agli occhi è quanto poco dibattito, riflessione e politiche pubbliche siano state prodotte intorno al tema dell’invecchiamento, ancor di più in un paese con numeri così alti di cittadini anziani. L’impatto con la struttura di Pinzolo conferma la potenza della realtà concreta, non solo dal punto di vista paesaggistico (in fin dei conti siamo sempre in una bellissima valle alpina) ma, soprattutto, dal punto di vista strutturale. Fra le molte conversazioni che mi sono trovato a fare è quella con Adriano Benedetti, operatore socioassistenziale, che si concentra in modo più dettagliato su questi aspetti. Ci soffermiamo sull’importanza che assume la dimensione architettonica: un edificio ben integrato con l’ambiente circostante, con il sapore di un albergo, che fa venire in mente un luogo di villeggiatura. «Il mio primo giorno», ricorda Adriano, «credevo di aver sbagliato indirizzo poi sono entrato e la coordinatrice mi aspettava al bar per un caffè e ho pensato veramente di essere capitato all'albergo».

Dal racconto si coglie quanto la struttura fisica possa influenzare il clima psicologico, la qualità di vita degli ospiti e degli operatori. La cosa che si nota più di tutte, e che fa la differenza, sono le grandi vetrate affacciate sulla natura circostante: i prati, i boschi, le montagne e il cielo. C’è una grande trasparenza, sia dall’interno verso l’esterno, che dall’esterno verso l’interno; qualcosa che, anche mentalmente, dà respiro. «C'è una simbiosi col territorio e un legame con l’ambiente», continua Adriano, «che diventa una connessione con il passato, perché gli anziani ospiti vivono una realtà nota, familiare, che non è avulsa dalla loro biografia esistenziale. Certo non è la propria casa ma ha molti elementi che la richiamano. Un luogo familiare, normale, caldo e profondamente umano, elementi che influenzano il benessere, che mettono le persone in uno stato d’animo positivo, tranquillo, e favorevole alla relazione».

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