La programmazione sociosanitaria, Piano di fabbisogno, rilevazione della domanda, le scelte, a monte o a valle, di politica sociale
Gruppo Solidarietà - Osservatorio Marche, n. 173 del 26 marzo 2026
Da tempo si annuncia l’aggiornamento del Piano di fabbisogno regionale, che nel 2017 ha riguardato i soli servizi diurni e residenziali. Può un Piano di fabbisogno rimanere confinato a questi ambiti e non riguardare anche gli interventi di sostegno alla domiciliarità? L’offerta, se da un lato richiede una rigorosa analisi della domanda, dall’altro ha necessità di offrire un ventaglio di opportunità per evitare che, in mancanza di queste, ci sia nei fatti un solo canale di risposta. Non solo impegno e cura per l’accoglienza e la decodificazione della domanda, ma anche offerta di effettivi e diversificati percorsi e modalità di intervento. A monte dei singoli provvedimenti (fabbisogno, requisiti, criteri finanziamento, ecc..), ci sono precise scelte di politica sociale. Possono armonizzarli o tenerli separati. Se non ci sono a monte lo saranno a valle, effetto degli esiti della somma dei singoli provvedimenti.
Il Piano sociosanitario e le cure domiciliari. Rilevata l’inadeguatezza dell’offerta non si è poi agito sull’impegno programmatico
In occasione dell’approvazione del Piano sociosanitario regionale 2023-25, tra le criticità che si sono evidenziate, risultano particolarmente evidenti quelle relative all’analisi della domanda (presente e potenziale), rispetto a cui si rivela una sostanziale assenza di effettivi impegni programmatici. Allo stesso tempo, quando sono stati presentati alcuni dati riferiti all’offerta, se ne è rilevata l’inadeguatezza, senza che siano scaturiti conseguenti impegni volti a ridurre/colmare la distanza tra necessità e risposte.
È il caso delle cure domiciliari. Nell’appendice 43 (tabella 1.29) veniva presentato il dato relativo all’offerta regionale su base distrettuale. Il quadro presentato indicava una significativa carenza del Servizio che, va ricordato, è di Livello Essenziale e come tale deve essere assicurato. Dunque, in questo caso, il dato veniva presentato, ma era appunto assente il passaggio successivo: l’impegno programmatico volto a colmare e/o ridurre le lacune presenti (vedi, SENZA IMPEGNO. Sul Piano sociosanitario regionale 2023-25).
Nel caso delle cure domiciliari, il dato verteva non sulla domanda insoddisfatta ma sull’offerta effettiva che, messa in relazione con quella da assicurare sulla base della normativa sui livelli essenziali, ne dimostrava l’inadeguatezza e dunque l’impossibilità di garantire gli interventi (figure professionali, dotazione oraria) che devono essere assicurati.
La lista di attesa nei servizi residenziali anziani
Lo scorso dicembre la regione Marche ha fornito al Gruppo Solidarietà i dati riguardanti le persone in lista di attesa nei servizi residenziali anziani e nei Centri diurni demenze. Risulta che la lista di attesa residenziale sia addirittura superiore al numero dei posti autorizzati. Sicuramente si potrebbe discutere sulle modalità con le quali si raccolgono questi dati. Una rilevazione effettuata tre anni prima forniva un quadro straordinariamente diverso: per le sole residenze protette la lista era di circa 2.500 persone contro le 6.635 di novembre 2025. Ma quello che qui ora interessa è un altro aspetto: come si risponde a questa impressionante richiesta? Solo con un automatico aumento dei posti o anche con un potenziamento del sostegno alla domiciliarità? Abbiamo visto sopra l’inadeguatezza dell’offerta di cure domiciliari, che rappresentano una parte importante del sostegno domiciliare, ma non l’unico (l’altro è costituito da un mix di interventi: assistenziali, monetari, ecc.. ). Le persone che vogliono restare a casa, e le famiglie che vogliono garantirlo al loro caro, sono aiutate in questo? Sono messe nelle condizioni di farlo? Qui entra dunque l’altra questione relativa al fabbisogno. Un atto che ridisegna il sistema di offerta (che dovrebbe essere costruito a partire dalla domanda) può ridursi alla sola offerta diurna e residenziale? E rispetto a quest’ultima, stiamo analizzando come si sta rispondendo, oggi, alle esigenze delle persone che vi abitano? I requisiti di funzionamento, approvati nel 2020 (a oggi tuttavia non ancora a pieno regime), che ricalcano gli standard dei primi anni 2000 (Residenze protette) e del 2014 (RSA), sono adeguati? Sono modelli che stanno rispondendo alle mutate esigenze delle persone? Come li stiamo monitorando e con quali criteri li valutiamo?
Non sarebbe un’intollerabile scorciatoia rispondere alla domanda di residenzialità, avendo un binocolo che guarda solo in quella direzione? Non lo sarebbe anche in termini di costi? Vediamo solo l’aspetto delle quote sanitarie. Oggi nelle RP le quote giornaliere sono: 40,57 e 54,48 (demenze); nelle RSA, 80,50 e 85,50 (demenze). Finanziare con il Fondo sanitario una parte dell’assistenza tutelare, così come potenziare una pluralità di sostegni (assistenza, assegni di cura, ecc..), non porterebbe ad una significativa riduzione della domanda di residenzialità? Si può prescindere, in questa analisi e dalla conseguente proposta, dal tema della qualità di vita e della possibilità di scelta delle persone? È una questione marginale o centrale nella programmazione degli interventi?
Se non tieni sotto controllo la domanda come fai a programmare le risposte?
Negli ultimi anni il Gruppo Solidarietà, a partire dalle situazioni di persone con le quali è venuto a contatto, ha chiesto alla regione Marche alcuni dati riguardanti il funzionamento di alcuni servizi e/o il dato delle liste di attesa.
- Nel gennaio scorso, ad esempio, abbiamo chiesto il numero delle persone con disabilità in lista di attesa nei servizi diurni e residenziali. La Regione ha risposto di non essere in possesso di questi dati e di indirizzare la richiesta alle Aziende sanitarie.
- Allo stesso modo, quando a fronte dei tempi lunghissimi per una valutazione da parte delle Unità multidisciplinari età evolutiva abbiamo chiesto alla Regione i dati regionali riferiti a liste di attesa e dotazione organica delle équipe, tali dati non erano presenti e sono stati chiesti alle Aziende sanitarie.
- Così come quando, a fronte, dell’inadeguatezza dell’offerta residenziale rivolta alle persone con demenza, abbiamo chiesto quante di queste persone vivessero nelle residenze. La Regione ha chiesto alle Aziende sanitarie che a loro volta si sono rivolte, per averlo, alle residenze convenzionate.
Solo da questi esempi emerge come sia assente un monitoraggio sistematico, che è condizione essenziale per una adeguata programmazione. Come si imposta un Piano di fabbisogno, se non ti preoccupi di avere dati aggiornati su quanto sei chiamato a programmare?
E perché si prevede di realizzare (e finanziare) un’offerta aggiuntiva costituita solo dallo specifico àmbito dei servizi diurni e residenziali? Quelli caratterizzati per lo più da modelli lontani da ogni forma di “abitare” (1)? Inoltre, di questi ultimi, non tutti i possibili modelli di servizio. Ad esempio, non le abitazioni della legge 112/2016 (il cosiddetto “dopo di noi”), non i percorsi di autonomia abitativa, che si stanno attivando finanziati con il PNRR. Questi sostegni hanno meno dignità degli altri? Si capisce allora chiaramente quanto l’incremento dell’offerta di sostegni non sia una questione meramente tecnica, ma piuttosto una questione di scelte di politica sociale. Un modello che assume come riferimento quello “residenziale”, inteso come grandi residenze multimodulari, guidato dal supposto principio della “sostenibilità finanziaria”. È Il modello assunto nel 2020 con i nuovi requisiti di autorizzazione. Nei giorni scorsi ci siamo imbattuti in un decreto di autorizzazione nel quale una grande cooperativa sociale della nostra Regione chiedeva la possibilità di accorpare in una struttura per anziani di un centinaio di posti anche un nucleo di 14 posti residenza disabili. Gli uffici regionali hanno risposto negativamente per la sola regione della saturazione dei posti contrattualizzabili.
C’è poi un ulteriore aspetto. Ovvero la domanda di sostegno domiciliare. Sono persone e famiglie che non chiedono l’ingresso in residenza ma di essere sostenute nel lavoro di cura. Come le stiamo monitorando?
Le persone in lista di attesa residenziale sono allora un importante indicatore: segnalano l’assenza o l’inadeguatezza delle risposte ai bisogni delle persone. Questi vanno letti, decodificati, discussi insieme alle persone e alle loro famiglie. Occorrono professionisti che facciano questo: la normativa regionale prevede appunto le Unità multidisciplinari, che però devono essere in grado di poter operare (personale sufficiente e modelli di lavoro efficaci) e di offrire risposte effettive, plurali e tali da rispondere alle esigenze delle persone e del loro contesto di vita. Serve a poco valutare e progettare, peraltro nelle condizioni della cronica scarsità di personale, se poi hai, sostanzialmente, una solo canale di risposta!
(1) Vedi, Deistituzionalizzazione, ci crediamo ancora? Una programmazione che appare totalmente avulsa dalle norme nazionali. Dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, alla legge 227/2021, al decreto legislativo 62/2024. Nel programmatore regionale sembra prevalere l'idea che le norme contenute in questi provvedimenti siano, niente più, che mere raccomandazioni.
Per approfondire
Servizi. Non solo (cambiare) i requisiti ma tematizzare domanda e offerta
TRA DOMANDA E OFFERTA. Persone non autosufficienti nelle Marche. Quante, dove e con quali sostegni
Autorizzazioni, convenzioni, fabbisogno. Sul "cronoprogramma" regionale
Gruppo Solidarietà, L’INTOLLERABILE DISTANZA. Persone non autosufficienti e servizi nelle Marche, 2025, p. 88, Euro 13.00.

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