Data di pubblicazione: 09/04/2024
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La professione educativa. Il diritto che sia riconosciuta e il bisogno di riconoscer-se-la

In "Appunti sulle politiche sociali", n. 1/2024.  Puoi sostenerci con l’abbonamento

Francesco Crisafulli, Educatore professionale, Responsabile del Servizio Sociale per la Disabilità, Comune di Bologna.

In questa rivista non è la prima volta che proviamo ad occuparci del tema della figura educativa e del ruolo che ricopre all’interno dei servizi sociali, socio sanitari e sanitari. Il nostro è un tentativo di guardare al sistema dei servizi e alle politiche che lo attuano per capire cosa arriva alle persone, quelli che sono chiamati “utenti”.  Abbiamo ospitato un contributo di Sergio Trammanel 2022, in cui si rifletteva attorno ai conflitti tra figure educative provenienti da percorsi universitari diversi e sulla carenza di trovare queste figure all’interno dei servizi. La questione si è fatta ad oggi molto complessa da gestire e - per stare in questa complessità - abbiamo scelto di porre alcune domande a Francesco CrisafulliIntervista a cura di Gloria Gagliardini

 

Anzitutto ci piacerebbe trovare con Lei un punto di unione con quanto Tramma sosteneva nell’articolo citato, ossia sgomberare il campo dal pericolo che di fronte ad una crisi del welfare si torni culturalmente indietro riproponendo un elemento ideologico in cui tutti sono in grado “naturalmente” di educare, e che tutti al di là di qualsiasi formazione universitaria possono svolgere un lavoro educativo. È ancora possibile arginare questo rischio? Di quali competenze necessita l’educatore?

Il tema della “Comunità educante” e del professionismo nell’educazione va trattato con tutte le cautele del caso. Gli interventi del mondo del volontariato, le esperienze educative e formative come ad esempio lo scautismo, le progettualità promosse dalle Associazioni di Promozione Sociale, spesso rappresentano le uniche risposte educative attive sui territori; questo è un patrimonio del Paese che va salvaguardato e protetto perché offre a giovani ed adulti occasioni ed esperienze di solidarietà, di co-educazione e di mutuo aiuto. Attenzione però, alle individualità complesse e ai bisogni e problemi socio sanitari che non trovano risposte e che necessitano di tempo, di metodo, di multidimensionalità per poter essere affrontate/i. Su queste situazioni le competenze degli Educatori Professionali possono fare la differenza: valutazione sistematica, progettualità, accompagnamento e sostegno, prevenzione, organizzazione e gestione dei setting di accoglienza e delle risorse, formazione e ricerca, sono competenze con le quali questi professionisti affrontano le singole situazioni e i propri contesti e sistemi di vita. I due mondi - quello del volontariato e quello dei professionisti - devono dialogare costantemente tra loro e dare una risposta integrata ai problemi ed ai percorsi delle persone.

Alcune regioni del Nord Italia hanno già deliberato deroghe ai requisiti di assunzione delle figure educative che operano all’interno dei servizi: i soggetti gestori possono assumere anche persone senza laurea specifica di educatore, bastano lauree umanistiche in alcuni casi o anche diploma. Ecco, in questo senso, c’è il rischio che di fronte all’emergenza si cerchi la via facile di assumere chiunque? Può aggiungere qualcosa in merito a questo?

Se conveniamo che i due mondi vanno integrati tra loro (volontariato e professionale) non è possibile ammettere una scambiabilità di ruolo: in tal senso affidare incarichi educativi e/o riabilitativi su bisogni complessi (complessità: aggregato strutturato di parti tra loro interagenti, che gli fa assumere proprietà che non derivano dalla semplice giustapposizione delle parti) rischia di generare risposte inefficaci o di corto respiro. Ciò che è presente in un buon professionista dell’educazione è la concatenazione degli eventi (anamnestica e di previsione) e la capacità di analisi critica dei contesti e degli accadimenti. La caratteristica della “presenza educativa”, ovvero dello stare con le persone durante il proprio percorso, qualifica un osservatorio privilegiato nel quale l’accompagnamento, l’essere guida o semplicemente compagni di viaggio, sono inseriti in un ciclo progettuale che si avvale di consulenze e del confronto multiprofessionale, a garanzia di un intervento che sia di utilità e che non nuoccia alle persone in difficoltà. Quando leggo nei bandi di concorso, negli avvisi delle gare d'appalto, nei documenti regionali sull’accreditamento, l’individuazione di una funzione educativa specifica che può essere svolta da figure diverse dall’Educatore professionale, ho la conferma che tanta strada c’è ancora da fare per affermare una identità professionale riconosciuta e riconoscibile da parte della Società. Possiamo affermare che la responsabilità di questo fenomeno sia solo nel mancato riconoscimento da parte della società? Direi di sì per i due terzi del problema e lascerei ai professionisti la responsabilità di fare squadra su obiettivi comuni e di rinforzo dell'identità collettiva della professione.


Arriviamo alla questione del doppio binario universitario, il grande nodo (tutto italiano) che non aiuta certamente a risolvere questa crisi. La legge Iori, 205/2017, ha disciplinato la figura dell’educatore professionale socio-sanitario e socio-pedagogico, definendone anche i campi di intervento; con la L. 145/2018 si è andato a specificare meglio il campo dei servizi socio-sanitari per l’educatore sociale. La domanda è se la formazione, così com’è ora, sia coerente con la complessità dei settori in cui poi l’educatore si troverà a operare. Lei è un sostenitore di un nuovo sguardo, che superi gli attuali conflitti interni alla professione per fare spazio ad un profilo integrato di educatore professionaletra percorsi educativi, socio sanitari e riabilitativi e socio pedagogici; può spiegarci come lo intende?

Il tema della separatezza del profilo è frutto di logiche che non appartengono ai servizi, ai professionisti dell’educazione o alle persone in difficoltà: è esclusivamente un problema maturato nell’ambiente universitario che - complice un ritardo della funzione regolativa delle norme - oggi sta difendendo da un lato il primato epistemologico dell’educazione, dall’altro un sistema interno agli Atenei che è fatto di insiemi divisi e di cattedre universitarie. I fatti, la letteratura scientifica e l’evoluzione dell’educazione professionale in Italia dimostra che per far fronte ad un problema che provoca “perdita di salute” (intesa in senso ampio) non è sufficiente un approccio esclusivamente pedagogico ma ci vogliono più discipline di riferimento da cui attingere conoscenze, metodi, informazioni e risorse. La soluzione che auspico da tempo che superi la logica dello spezzettamento favorita dagli ultimi provvedimenti legislativi, è imporre alle università un percorso di studi integrato Medicina-Scienze dell’Educazione dove formare persone che sappiano affrontare la complessità di cui si è fatto cenno. Per quanto possa essere difficile rivedere gli attuali percorsi formativi universitari, le educatrici e gli educatori professionali hanno la necessità nel proprio percorso di studi triennale di base (in ragione del fatto che il giorno dopo il conseguimento del titolo di laurea potranno trovarsi al lavoro su casi complessi) di tirocini formativi supervisionati, di laboratori sulla metodologia del lavoro educativo, di insegnamenti dell’educazione professionale fatta da professionisti esperti. Se tutto questo debba comportare la riduzione di qualche insegnamento teorico ed una diversa organizzazione interna dei corsi di studio, occorre prenderne atto ed adeguare i regolamenti didattici dei Corsi di Studio.


Addentriamoci ora nella spinosa situazione di crisi dei servizi. Sappiamo, da alcune ricerche, che il motivo di questa grande evasione dalle professioni di cura ed educative è anzitutto di riconoscimento economico e identitario. “C'è la percezione di essere l'ultimo scalino tra le figure del welfare” come è stato scritto. Rispetto al riconoscimento economico, è notizia di alcuni giorni fa che è stato siglato un accordo tra cooperative e sindacatiper superare almeno il tasto dolente del reddito percepito, tra i più bassi finora dei lavoratori con obbligo di laurea. Ricordiamo infatti che gran parte di queste figure professionali sono occupate negli enti del Terzo Settore. Un buon passo in avanti?

L’esperienza fatta dalla professione dell’assistente sociale in Italia, ci insegna che una figura unitaria si afferma con funzioni esclusive e di rilevanza strategica nei servizi di welfare. La frammentazione del profilo, viceversa, rende debole l’identità della nostra professione; questo processo inevitabilmente riverbera sulla precarietà di alcuni contratti che sono figli di incarichi ed affidamenti di funzioni anch’esse poco definite. L'instabilità contrattuale e le modeste retribuzioni offerte, rendono poco attrattiva la professione per le nuove generazioni; in tale senso quindi guardo con positività ed ottimismo i recenti risultati contrattuali tra cooperative e sindacati.  Facciamo attenzione quindi a non auto indurre il problema; stiamo parlando di una forza lavoro del Paese significativa e asse portante di molti interventi di sostegno alle persone, di tutte le età e dei diversi target del disagio. Nelle conclusioni dell’articolo che ho pubblicato di recente su Il Sole 24 Ore Sanità, riporto che a fronte di 110.227 unità di personale censite, si può avanzare una stima su un numero complessivo di Educatori Professionali tra i 115.000 ed i 130.000, con una differenziazione tra EP socio sanitari tra i 30.000-35.000 ed EP socio pedagogici tra 85.000 ed 95.000. Se si tiene in considerazione un valore medio della stima (122.500 EP), in relazione al totale degli occupati in Italia (23.513.000, fonte ISTAT luglio 2023) questa Professione nel suo complesso costituisce lo 0,52% della forza lavoro nel Paese.

Rispetto invece al vedersi riconosciuto un ruolo professionale al pari di altre figure professionali, che alcuni pedagogisti hanno tradotto anche in una mancata valorizzazione di una “mission politica” del lavoro educativo, qual è il suo pensiero? C’è una connessione con la poca documentazione e letteratura scientifica a supporto del lavoro educativo nei vari ambiti di intervento?

Rispondo volentieri alla sollecitazione sulle responsabilità dei professionisti nel processo di disconoscimento identitario da parte della Società. Scriviamo poco, facciamo poca ricerca, ci manca la capacità di ricondurre la nostra azione educativa e socio-riabilitativa ad un modello e ad una teoria dell’intervento. Non riusciamo a comprendere l’enorme potenziale informativo che acquisiamo tutti i giorni nei diversi e numerosi percorsi di cambiamento che seguiamo.
L’osservatorio delle pubblicazioni che gestisco dal 2020, con il sito www.educatoreprofessionale.it, indica che la maggior parte dei lavori EP riferiti, sono svolti da docenti o ricercatori universitari che non svolgono l’attività di educatore professionale (spesso non l’hanno mai svolta). Questa sottolineatura non toglie valore alle pubblicazioni ma evidenzia la necessità, urgente, di un completamento dell'offerta bibliografica a carico dei professionisti che sono portatori di sapere oltre che di esperienza. Auspico inoltre la costituzione di gruppi di ricerca nei quali i professionisti siano protagonisti attivi, così come accade in tutti gli altri mondi professionali che si occupano di problemi delle persone. La situazione però è in evoluzione e si registrano segnali di cambiamento. Le prime esperienze di scrittura di articoli su Riviste scientifiche offrono, nel referaggio degli articoli, occasioni di confronto con la comunità multiprofessionale ed il miglioramento di quanto viene proposto. La raccolta di setting educativi che ho iniziato nel libro “I fondamentali per l’Educatore Professionale” (Erickson, 2023), seguita dai 43 contributi di buone pratiche presentati nella sessione “Educativamente” dell’ultimo Forum nazionale delle dipendenze patologiche “Addictus 2023”, i 72 abstract inviati per l’alfabeto empirico dello “Statuto epistemologico" oggetto di confronto nel Convegno di Rovereto del dicembre scorso, sono il segnale che la comunità professionale vuole superare le discussioni stagnanti sul doppio profilo e guardare al futuro con ottimismo e senso di responsabilità. In tal senso, la primavera del 2024 offre tre nuove possibilità di presentazione di contributi dei professionisti: il Convegno nazionale di Roma del 12 e 13 aprile (Commissione Albo EP), lo Spring Colloquium di Firenze del 9 e 10 maggio (Centro Studi SAPIS - FN TSRM-PSTRP), il Convegno Buone pratiche educative e riabilitative in salute mentale di comunità che si svolgerà a Bari il 12 giugno prossimo.
Sulla mission politica dell’educazione professionale mi piace rispondere come emerge dall’articolo, “Verso una epistemologia dell’educazione professionale” (Studium Educationis - XXIV 2 - December 2023), al quale ho contribuito: risulta essere un campo di studio per il fronteggiamento e il superamento degli ostacoli esistenziali attraverso l'agire educativo. … ha il suo sguardo privilegiato verso le persone fragili, "in crisi" di umanità o dall’umanità in crisi, a rischio di perdita dell'umano.

Ci piacerebbe, infine, parlare del settore sociosanitario; in particolare del lavoro educativo nel settore dei servizi alla disabilità. Parliamo del servizio educativo scolastico (assistenti all’autonomia e comunicazione) e del servizio educativo domiciliare, entrambi di competenza degli Enti locali. Questi due servizi si caratterizzano per la fragilità della condizione di  lavoro. Pensiamo ad esempio al cottimo degli agli educatori scolastici (se il bambino non va a scuola l'educatore non viene pagato). Nei servizi territoriali: ore di progettazione educativa non riconosciute, incarichi di lavoro frammentati nella giornata, assenza di supervisioni e di un lavoro di équipe. La percezione è di un lavoro appiattito su un operato dove non sono richieste formalmente riflessività e progettualità. A pagare queste fragilità, sono anche le famiglie che ricevono servizi di bassa qualità. Sullo specifico dell’educativa scolastica, si muovono confronti importanti sul disatteso obbligo da parte del Governo della pubblicazione del profilo nazionale professionale degli assistenti all’autonomia e alla comunicazione. Contemporaneamente è in Senato il Disegno di Legge 236/2022 Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 104 e al decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66, concernenti l'introduzione del profilo professionale dell'assistente per l'autonomia e la comunicazione nei ruoli del personale scolastico. Che valutazione fa di questo scenario?

Per quanto riguarda i servizi specifici per le persone con disabilità, nel quadro complessivo dell’approccio multidimensionale tutto ciò che rende instabile un intervento educativo va superato o almeno ridotto. Nel mondo della scuola leggo di enormi difficoltà per conciliare i principi dell’integrazione con i bisogni degli alunni con disabilità e comportamenti complessi. Lavorare a stretto contatto con persone in crescita che presentano quadri diagnostici nei quali è presente uno o più comportamenti problema, richiede competenze professionali di alto livello tecnico non sempre presenti nel personale cui sono assegnati i casi. La formazione di base triennale universitaria, per la maggior parte delle educatrici professionali inserite nei contesti scolastici a supporto, non prevede - se non sul piano teorico - lo studio dei comportamenti e le tecniche di approccio quando questi sono problematici. In tal senso una ridotta esperienza di tirocinio durante la formazione, peggiora la situazione. Se ci pensiamo è paradossale pensare che giovani neo laureate di questo tipo, possano essere capaci di gestire comportamenti problema su situazioni che nemmeno professionisti esperti sarebbero certi di poter affrontare. Ed è qui che entra in campo il ruolo determinante della formazione permanente: durante l’esperienza del lavoro, sarà importante la scelta formativa proposta dell’Ente di lavoro. Infine, sono fattore importantissimo le equipe professionali e la supervisione che costituiscono dei potenti strumenti e setting dove il professionista educatore può acquisire conoscenze e tecniche per affrontare situazioni critiche (aggressività, opposizione, sfida, ecc..). Nel mondo degli adulti, oltre a registrare un rimbalzo post covid che ha modificato la richiesta di persone e famiglie, c’è la necessità di impostare un nuovo patto tra cittadini, pubbliche amministrazioni ed enti del terzo settore dove si stabiliscono obiettivi comuni, piano di attività e prospettiva delle azioni svolte. Lo sviluppo del nuovo “Progetto di vita, individuale, personalizzato e partecipato”, tra le novità prospettate nella Legge Delega del 22 dicembre 2021, può essere un’occasione importante per riscrivere i rapporti tra cittadini e servizi. In tal senso, trattandosi di progettazione individuale, la figura dell’EP è chiamata fortemente in causa, per le sue funzioni valutative rispetto ad abilità e competenze degli utenti - già presenti e/o da acquisire - per la definizione degli obiettivi di medio e lungo periodo, per la definizione e scelta del piano degli interventi, per la conduzione diretta di alcune attività, per le sue competenze di valutazione di risultati ed outcome. Nel Servizio Sociale per la Disabilità del Comune di Bologna, dove svolgo la funzione di Responsabile, abbiamo promosso un nuovo Prototipo di Progetto individuale che tenga conto delle istanze, dei bisogni, delle risposte possibili e degli obiettivi condivisi. Le prime sperimentazioni dello strumento ci danno risultati incoraggianti ed è con questi che guardo al futuro con positività ed ottimismo.
Vorrei concludere questo breve intervento ringraziando per l’occasione e facendo i complimenti per le buone domande che aiutano sempre a pensare. Sono convinto che il nostro Paese abbia bisogno di una figura come l’Educatore Professionale, ben identificata nelle sue funzioni, organizzata in un percorso formativo interdisciplinare integrato tra le scienze della salute e quelle sociali, e di professionisti capaci di riflettere, fare ricerca e pubblicare sulle specifiche e sulle peculiarità di questo lavoro.
Post scriptum - sulle “alzate di spalle” del mondo educativo sulla figura di educatore presente nella fiction “mare fuori” di particolare impatto mediatico in questi giorni. Contagiato dal fenomeno collettivo, sto guardando la serie TV prodotta dalla Rai ed inizialmente ho giudicato superficialmente quella figura; con il passare del tempo ne sto apprezzando l’immagine che autori e sceneggiatori gli vanno, via via, attribuendo. Vincenzo Ferrera, attore di teatro e televisione, è ormai più che conosciuto per il ruolo di Beppe Romano, l'educatore buono e comprensivo di Mare Fuori. I suoi interventi nell’IPM di Napoli (Istituto Penale Minorile) sono sempre sospinti verso il positivo, il potenziale dei ragazzi, dar loro un’altra chance, non rendere le persone invisibili ed esaltare le individualità. I ragazzi lo apprezzano e spesso lo considerano come una via d’uscita per i problemi. Forse la figura è un po’ enfatizzata ed immagino che la realtà degli Istituti possa essere ben più aspra di quella presentata, ma non sottovaluterei il potere mediatico dell’operazione: il comunicato stampa RAI del 17 febbraio 2023 riporta: “complessivamente le tre stagioni integralmente disponibili hanno raggiunto il record di 54 milioni di visualizzazioni e quasi 23 milioni di ore di fruizione”. Numeri sui quali occorre andare piano coi giudizi e tenersi il valore dell’immagine che la figura educativa acquista di puntata in puntata.



1 Tramma S., “Considerazioni attorno ai “conflitti” interni all’area di lavoro educativo e alla carenza di educatori ed educatrici”, in Appunti sulle politiche sociali, n.4/2022.

2 Rimandiamo al sito www.educatoreprofessionale.it, di cui Crisafulli è autore e curatore.

3 Crisafulli F., “I Fondamentali per l’educatore professionale”, Erickson, 2023.

5 https://www.vita.it/contratto-delle-cooperative-sociali-trovato-laccordo-per-400mila-persone.


 

Appunti sulle politiche sociali

SOMMARIO DEGLI ULTIMI NUMERI

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  • n1/2024 (246) - Disabilità e adultità, Contro la contenzione, La professione educativa, Raccontiamo l’inclusione.
  • n4/2023 (245) - Le crisi del volontariato; disabilità: accompagnare alla vita; Quali cure domiciliari, Raccontiamo l’inclusione
  •  n. 3/2023 (244) - Storie di vita e sguardo dal basso, Dalla scuola al lavoro, La gentilezza nelle relazioni di cura, Persone con demenza e servizi
  • n. 2/2023 (243) -  Raccontiamo l’inclusione, Servizi: quali modelli?, Tutto come prima? Dopo la pandemia, Politiche e servizi nelle Marche
  • n. 1/2023 (242) - Persone con demenza e residenze, Palliazione auspicabile, Raccontiamo l’inclusione, Volontari a Palermo
  • n. 4/2022 (241) - Lavoro e persone con disabilità, La “crisi” degli educatori, Residenze per anziani, Persone non autosufficienti e servizi.
  • n. 3/2022 (240) - Persone con disabilità e vita adulta, Ripensare i servizi. Come?, Amministrazione di sostegno. Facciamo il punto.
  • n. 2/2022 (239) - Ricordo di Andrea Canevaro, Riforme non autosufficienza, Ripensare i servizi, Alunni con disabilità: evoluzione normativa, Il vaso di pandora della guerra.
  • n. 1/2022 (238) -  Modelli aziendali nelle residenze anziani, Servizi. Cambiare prospettiva, Alunni con disabilità a scuola. Un bilancio, Un volontariato esigente.
  • n. 4/2021 (237) -  Il maltrattamento nelle residenze per anziani, Il dibattito sul caregiver, Raccontiamo l’inclusione, Volontariato. Presente e futuro.
  • n3/2021 (236) - Pandemia e strutture residenziali, Sul modello di nuovo PEI, Accompagnare l’esistenza, La pandemia nelle Marche.
  • n2/2021 (235) - Politiche sociali e budget di salute, Scuola e comunità educanti, Raccontiamo l’inclusione, Persone con disabilità e servizi.
  • n1/2021 (234) - Politiche sociali nelle Marche: un bilancio, Disabilità intellettiva e condizione adulta, Storie da un manicomio, Raccontiamo l’inclusione.  

Alcuni articoli pubblicati nella rivista

Ennio Ripamonti, Immaginare i servizi che si vorrebbero per sé. L’esperienza della residenza anziani di Pinzolo 

Elena CesaroniProtezione giuridica e amministrazione di sostegno. La necessità di una riflessione

- Letizia Espanoli, Persone con demenza: dar casa al tempo fragile: errori da evitare, strade da percorrere

Sergio Tramma, Sui "conflitti” interni all’area del lavoro educativo e alla carenza di educatori/trici

- Maurizio Motta, Riforme per la non autosufficienza: ma quali? 

- Fausto Giancaterina, Non più un welfare territoriale dove ancora sanitario e sociale non si parlano! 

- Tiziano Vecchiato, Volontariato, solidarietà, democrazia

- Antonio Censi,  Curare le ferite sociali degli anziani non autosufficienti

- Angelo Lascioli, Alunni con disabilità. Il cambio di prospettiva dei nuovi modelli di PEI

- Luca Fazzi,  Il maltrattamento nelle strutture residenziali per anziani

- Carlo Lepri, Diventare grandi. La condizione adulta delle persone con disabilità intellettiva 

- Gruppo Solidarietà, Ricordo di Andrea Canevaro 

- Fabio Ragaini, CAMBIARE PROSPETTIVA. A proposito di politiche, modelli, interventi, servizi 

- Roberto Medeghini, Scuola. Pratiche immunizzanti che favoriscono lo speciale e l’escludibile

- Andrea Canevaro, La vista corta. Riflessioni su una delibera della Regione Marche

- Fausto Giancaterina, Disabilità. Come superare le difficoltà attuative della legge 112. Una proposta 

Gloria Gagliardini (a cura di), Raccontiamo noi l’inclusione. Storie di disabilità

Antonella GalantiMario Paolini, Un manicomio dismesso. Frammenti di vita, storie e relazioni di cura

- Tiziano Vecchiato, La spesa assistenziale in Italia. Dati, riflessioni, proposte

- Luca Fazzi, Ha senso un terzo settore senza un’idea di giustizia?

Andrea Canevaro, Dario Ianes, Giovanni Merlo, Salvatore Nocera, Vittorio Ondedei, Inclusione scolastica degli alunni con disabilità e scuole speciali 

- Giacomo Panizza, La crisi, i deboli, le istituzioni, la società 

- Andrea Canevaro, Le parole sono importanti, come le carezze. Lorenzo e Adriano Milani Comparetti

- Sergio Tanzarella, Don Lorenzo Milani. Il suo messaggio, la sua eredità

- Tiziano Vecchiato, La spesa assistenziale in Italia. Dati, riflessioni, proposte

- Giovanni Merlo, Persone con disabilità. Dalla prestazione alla presa in carico 

- Cecilia M. Marchisio, Natascia Curto, Cittadinanza e reti per praticare il diritto alla vita indipendente

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IL NUOVO LIBRO DEL GRUPPO SOLIDARIETA'STORIE DI VITA. Genitori e giovani con disabilità si raccontano, Moie di Maiolati, 2024, p. 112, euro 13,50. 

Questo libro è frutto di un lavoro corale e condiviso, costituito da più voci e scritto da più mani. Si aggiunge ai libri sui temi della disabilità, l’ultimo del 2022, “Ripensare i servizi” in cui scrivevamo l’urgenza di ripensare le politiche e gli interventi che la pandemia (e non solo) ci ha inevitabilmente richiamato all’attenzione. Scrivevamo: Il cambiamento chiede di declinare attraverso la prassi, le affermazioni come: “de-istituzionalizzazione”, “sostenere la domiciliarità”, “centralità del progetto di vita”, “territorialità dei servizi”. È da qui che desideriamo ripartire e lo facciamo attraverso la narrazione, i vissuti, i dialoghi con le persone e le loro famiglie, per toccare con mano il senso e il significato che hanno per loro le parole e gli interventi. La metodologia della narrazione, con la raccolta di storie di vita, non ci è nuova. L’abbiamo incontrata anni fa e continuiamo a sperimentarla perché ne percepiamo la potenza: come pratica di ascolto, come strumento di incontro e di comprensione. Per questo motivo, il testo che ora presentiamo è figlio di Raccontiamo noi l’inclusione. Storie di disabilità (2014), che racchiudeva un primo progetto di interviste realizzate tra il 2012 e il 2013. Il libro è arricchito dai contributi di Carlo Francescutti e Carlo Lepri.


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